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Intervista: Signor K

Infiltrazioni mafiose nell’operoso Nord, operai che perdono il posto di lavoro a seguito della deindustrializzazione, diritto all’abitare, Liberazione dal nazi-fascismo, il dramma dei migranti, la lotta alla TAV: queste, in pillole, le tematiche delle 9 tracce di Saremo Tutto, primo album ufficiale di Signor K, rapper, attivista e sociologo urbano; in realtà Saremo Tutto non è il primo album del rapper: è stato preceduto, infatti, da Jackanapes e 20.000 elmetti, due street album.

Abbiamo fatto due chiacchiere con Signor K in occasione dell’uscita di Saremo tutto e abbiamo parlato di appartenenza, g8 di Genova, street artist Blu e di Bologna, suonare senza snaturarsi, degrado, e tantissime altre cose che trovate nell’intervista qui di seguito!

 

Chi è Signor K?

Il Signor K è innanzitutto un rapper. Ma, come ho avuto modo di sottolineare in altre occasioni, nel personaggio del Signor K c’è molto della mia esperienza di vita poliedrica: tra musica, attivismo politico e sociologia. Il Signor K, naturalmente, è anche il protagonista dei racconti di Franz Kafka; e, in questo senso, lo pseudonimo conferma le citazioni letterarie come un tratto distintivo dei miei brani. Più importante di ogni altra cosa, il Signor K è il mio alterego. È l’opportunità eccezionale che la cultura hip hop mi ha dato di crearmi una identità su misura, fin dal nome; una identità che ho determinato da me stesso.

 

In Saremo tutto collabori con Assalti Frontali, Zulu, Awa Mirone, Inoki Ness; tutti artisti con cui condividi anche l’ambiente di appartenenza. Più che “collaborazioni artistiche”, dunque, credo sia più giusto chiamarle “collaborazioni di appartenenza”, come sono nate?

Ogni collaborazione ha la sua storia. Con Assalti Frontali l’amicizia è quasi decennale: conosco Bonnot da una vita, siamo cresciuti nello stesso posto, collaborare è stato naturale fin dal primo street album. Tramite lui sono entrato in contatto con Inoki Ness, con cui c’è stata subito una sintonia di fondo aldilà della musica. Non diversamente, M1, Awa Mirone e Tino Tracanna sono artisti che collaborano abitualmente con Bonnot: è suo il merito di aver creato un circuito prolifico e propenso alla contaminazione attorno alla sua attività di produttore. I 99 Posse invece li ho conosciuti condividendo i palchi in giro per l’Italia; poi loro mi hanno proposto di collaborare a un brano del loro ultimo album e il rapporto ha preso continuità. In questo caso, inoltre, come nel caso di Assalti Frontali, è chiaro che veniamo dallo stesso ambiente e condividiamo le stesse battaglie: cominciare a collaborare è stato quasi automatico!

 

Il disco si apre con le sirene della polizia e le parole A Genova quel maledetto giorno feci la mia scelta (All get out); il G8 a Genova nel 2001 è, per molte e molti, uno spartiacque della propria vita e uno spartiacque nella politica; cosa è stata e cosa è ancora, per te, Genova 2001?

Genova 2001 è stato un momento cruciale nel mio percorso. Io vengo dalla scena hip hop, per anni la mia vita è stata incentrata sul rap e i graffiti, la mia crew e la strada. Ma ad un certo punto la politica è diventata un fatto sempre più importante: l’hip hop da solo non mi bastava più. In quella fase Genova è stata una folgorazione; e dopo quell’ esperienza i centri sociali sono stati un approdo quasi scontato. Alla fine il Signor K è un momento di sintesi: nel mio progetto musicale hip hop e politica camminano insieme.

 

Prima di Saremo tutto hai realizzato altri due lavori discografici, in che cosa si differenzia Saremo tutto rispetto a Jackanapes e 20’000 elmetti?

Jackanapes e 20000 Elmetti erano street album: li potevi comprare solo per strada e ai concerti, o scaricare dalla rete. Saremo Tutto invece è distribuito da Good Fellas e ha alle spalle un lavoro di produzione importante. Si tratta di un salto di qualità e un passaggio di maturità: è il mio primo disco ufficiale, lo puoi comprare nei negozi e fa parlare di sé. Dopo tanti anni che attraverso questa cultura è un passo che in qualche modo sentivo fosse giunto il momento di fare. Tanto più che risponde a una mia urgenza comunicativa di fondo: la mia musica è “tutta contenuto”, il mio obbiettivo primario è quello di raggiungere quanta più gente possibile. E credo che la visibilità che il disco sta ricevendo aiuti non poco.

 

Qualche tempo fa Blu ha cancellato tutti i suoi murales dai muri bolognesi in opposizione alla mostra promossa da Genus Bononiae; cosa pensi di tutta questa questione?

Il gesto di Blu mi ha impressionato. Non conosco Blu personalmente, ma ho sentito parlare molto di lui e lo rispetto. Quindi, per quanto vale, ha tutto il mio appoggio. Non voglio attribuire arbitrariamente intenzioni al suo gesto, ma il fatto che l’episodio sia accaduto a Bologna a me non è parso privo di significato. Nello scorso decennio Bologna è stata un laboratorio di politiche securitarie, in città proliferano comitati per il “decoro urbano”, il tentativo di disciplinare la zona universitaria e l’uso stesso che la popolazione universitaria fa della città è lampante. In questo quadro la street art è stata a lungo stigmatizzata come bersaglio privilegiato delle varie campagne “anti-degrado”. Questo è il contesto in cui si colloca la mostra: un mal celato tentativo di costruire uno spazio legittimato per la street art, ma entro un contesto neutralizzato, disciplinato e mercificato. È un episodio che, in qualche modo, riflette la profonda contraddizione di Bologna: una città che fa mercato della e sulla popolazione universitaria (innanzitutto attraverso il mercato degli affitti), che beneficia della sua vitalità (attraverso il commercio, ma anche mettendo a valore il fermento culturale che questa popolazione esprime), ma che non vuole accettare le “esternalità” connessa alla forte presenza di una popolazione giovane e attiva socialmente, culturalmente e politicamente. Non so se Blu pensava a questo quando ha deciso di contestare a suo modo la mostra promossa da Genus Bononiae, ma a me pare una chiave di lettura utile al dibattito.

 

Scorrendo le date del tuo tour, ma anche dei tour di alcuni tuoi fratelli che fanno rap/hip hop e che sono fuori dalla “scena mainstream”, si nota come le vostre date si svolgano soprattutto in spazi occupati e/o autogestiti. Ci sarà modo, prima o poi, di vedere questo tipo di rap impegnato politicamente su palchi più grandi e/o fuori dagli spazi occupati?

È un dato di fatto: la mia musica attraversa il paese in lungo e in largo passando per lo più dai palchi dei centri sociali. Ma non credo che ciò dipenda esclusivamente dalla natura “impegnata” del mio progetto musicale, trattandosi invece di una condizione comune a molti artisti underground. Gli spazi della musica dal vivo in Italia sono molto limitati un po’ ovunque, specialmente se parliamo di quella fascia intermedia che si colloca tra i circuiti più di nicchia e il mainstream. Per questa “fascia intermedia”, che coincide con il mondo della musica indipendente, i circuiti alternativi continuano a svolgere una funzione cruciale. Eppure, così facendo, svolgono anche una funzione importante nel campo della musica in generale: è la scena indipendente che crea innovazione e nuovi talenti! Detto questo, io non ho preclusioni: porto il mio messaggio dove e quando posso, purché per arrivarci non debba cambiare il mio modo di fare musica. Al contempo, non vedo il circuito dei centri sociali come un circuito di serie B e la dimensione in cui sto non mi produce complessi di inferiorità, anzi.

 

Fare rime politiche ha mai, in qualche modo, ostacolato la tua carriera? (Penso sia alla carriera accademica che alla carriera musicale)

Non direttamente, anche se più di un indizio mi dice che trattare contenuti di un certo tipo è motivo di pregiudizio e diffidenza. E non sto parlando del pubblico, ma di chi sceglie cosa il pubblico debba ascoltare. Detto questo, la proposta musicale dei canali mainstream in Italia è decisamente asfittica: artisti poco coraggiosi e operatori di settore conservatori nelle scelte. Per me questo è palese.

 

In tutta la tua produzione c’è un pezzo a cui sei più affezionato di altri?

Sì, è Chiedilo alla Libertà, il pezzo che ho sempre desiderato fare e che alla fine ho fatto. Nel pezzo parlo della Resistenza e credo di essere riuscito a trasmettere tutta la mia passione, come attivista e come uomo. È la mia canzone d’amore.

 

Quali sono i 3 brani più rappresentativi tra tutti quelli che hai scritto; quelli da cui si deve iniziare ad ascoltarti?

Sicuramente, partendo dall’ultimo disco, il primo brano è All Get Out: tre strofe che raccontano i tre decenni della mia vita.

Poi c’è Jackanapes, che è il mio manifesto bandito e che ha anche dato il titolo al mio primo street album. Sempre dal primo street album, infine, direi A Miccia Corta, dove immagino di scrivere una lettera a un fratello in cella e dove ci metto la mia forza perché sia di conforto. Credo questi tre brani aiutino a capire chi è il Signor K, e forse anche chi è la persona dietro lo pseudonimo.

Di Redazione Urbanweek

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