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L’Intervista: Tommaso Colliva

Chi mi segue da un po’ sa bene quanto io sia fan dei Muse, quindi è superfluo dirvi che intervistare Tommaso Colliva, uno dei più importanti produttori e fonici italiani, uno dei loro più stretti collaboratori, per me è stato come realizzare un sogno!

In questa intervista abbiamo parlato del Grammy vinto con “Drones” dei Muse, dei suoi inizi, di ciò che oggi vuol dire produrre musica alternativa in Italia, ma soprattutto del suo progetto del cuore, i Calibro 35.

Come ti sei appassionato alla musica?

Era l’inizio degli anni ’90 e gia’ detta così adesso sembra sia passata una vita, e in parte lo è.
Era l’inizio degli anni ’90 si diceva ed iniziai ad andare alla scuola media. Prima purtroppo non ricordo molta musica nella mia vita.
Ero iscritto a una sperimentazione musicale non tanto per vocazione ma più per un saggio consiglio di mia madre: “Questa cosa o la fai adesso o non la fai più nella tua vita”.
Di conseguenza passavo un po’ di ore ogni giorno con il clarinetto, facevo un sacco di fischi e pernacchie e imparavo a suonare cose tipo “Hello Dolly” e altri brani classici.

Nel frattempo usciva il primo disco che mi ha seriamente shockato: “Dangerous” di Michael Jackson. Un disco molto sfaccettato che racchiudeva tantissime correnti/cose/generi che erano in giro all’epoca. Dal pezzo coi Kriss Kross a Black Or White. La reazione fu proprio: “Wow e questa cosa cos’è?” e iniziai ad appassionarmi a MJ di cui divenni fan sfegatato e collezionista per un paio di anni scoprendo Thriller, Off the Wall, i Jackson 5 e tutto quello che c’era stato.

Iniziai anche a comprare i giornali di musica. Quelli più semplici e meno settoriali tipo “Tutto Musica e Spettacoli” che mi davano un’infarinatura generale e mi spiegavano cos’era il grunge e il gangsta rap e regalavano le cassettine promozionali.

Nel 1993 scoprii il rap e gli Articolo 31 e mi sembrava tutto così bello e semplice e diretto, crudo e comprensibile anche se – a dir la verità – dei testi capivo veramente solo il 5% a 12 anni. Nacque la passione per l’hip hop che di lì a poco mi portò prima a Dr Dre, Snoop Dogg e i Cypress Hill e poi alla East Coast con Gangstarr, Notorius BIG, Das Efx e simili. Finite le medie decisi di non andare al conservatorio, vendere clarinetto e saxofono per comprarmi un campionatore e un mixer. Passai i successivi 5 anni a pensare solo a bombolette, scratch, campionamenti, beats, rap, breakdance e scoprii cosa vuol dire essere appassionato di qualcosa: avrei fatto qualsiasi cosa per mettere le mie mani su un disco di jazz funk del 1974 che conteneva un break classico, campionarlo e suonarlo a una festa a cui sarebbero venute 20 persone sorridenti e convinte che fosse un momento importante.

Quali sono stati i tuoi primi passi nel mondo della discografia?
Finito il liceo mi trasferii a Milano per fare uno dei pochi corsi che all’epoca insegnassero a fare il tecnico del suono, la School of Audio Engineering o più prosaicamente SAE. Mi dedicai al 100% e stavo a scuola 18 ore al giorno cercando di sfruttare tutte le volte in cui uno studio era disponibile. 9 mesi dopo una persona a cui devo moltissimo, Piero Milesi, mi portò negli studi di Mauro Pagani, le Officine Meccaniche. Pensavo sarebbe stato il pomeriggio della mia vita e che non si sarebbe più ripetuta un’esperienza del genere. Guardavo negli studi dalle porte aperte cercando di catturare ogni piccola cosa con gli occhi spalancati. Prima di andarmene via chiesi se potevo tornare il giorno dopo per dare una mano a fare quello che c’era da fare, qualsiasi cosa: arrotolare cavi, mettere a posto microfoni, riporre aste…
Fu cosi’ che iniziò’ una delle esperienze più formative che io abbia mai avuto. I primi dischi che feci furono uno di Massimo Ranieri come assistente e, svariate assistenze dopo, uno di Cristiano De Andrè come fonico dopo sei mesi che ero lì.

Gli anni 2000 sono quelli in cui comincia la tua collaborazione coi Muse e con gli Afterhours. Cosa ricordi di quel periodo e come sei entrato in contatto con le due band?
Il primissimo giorno in cui visitai le Officine stavano finendo “Quello che non c’è” degli Afterhours. Forse era un segno! In seguito Manuel e la band passavano per un motivo o per l’altro abbastanza spesso in studio con un grande fonico, Paolo Mauri, che mi ha insegnato tantissimo sul lavoro, ma soprattutto nella vita. Iniziai ad essere io a seguirli come assistente e quando venne il tempo di “Ballate Per Piccole Iene” ormai ero parte della famiglia e mi presi cura di tantissime cose per fare in modo che tutto venisse fuori al meglio. Solidificai una relazione con la band e andai in tour con loro in America due volte prima che ci imbarcassimo nella realizzazione del successivo “I Milanesi Ammazzano il Sabato” che è anche uno dei primi dischi che feci fuori dalle Officine, da freelance.

Nello stesso periodo ero cresciuto molto e avevo fatto mille e mille esperienze da dischi con Michael Nymann a registrazione di Orchestre e jazz band. C’era stato un cambio di guardia nello staff delle Officine e mi ritrovavo a essere il fonico capo quando telefonarono i Muse per registrare gli archi per il loro disco “Black Holes and Revelations”, ero anche l’unico a parlare decentemente inglese e Mauro mi chiese se mi fosse andato bene tornare a fare da assistente a Rich Costey… un altro sogno. Sarebbero dovuti venire per poco più di una settimana, fare gli archi ed andare via ma capitò che fossero molto in ritardo con la realizzazione del disco e finirono per stare in studio per due mesi o più e io feci un salto di posizione passando da “assistere” Rich a registrare direttamente moltissime sovraincisioni, gli archi e le voci di quel disco. Fu in quel periodo che iniziai a stringere un rapporto con Matthew che in quel momento si stava trasferendo in Italia e aveva bisogno di qualcuno che gli desse una mano a sistemare un po’ di cose a casa per poter lavorare. Da lì in avanti è stato ed è ancora tutto in aggiornamento costante: 4 dischi, due DVD, moltissimi extra, vari premi, un grammy… un bel viaggetto.

Com’è cambiata la musica italiana e la sua distribuzione in questo decennio?
Il mondo della musica, in Italia e nel mondo è cambiato tantissimo da quando ho iniziato. Anzi è proprio cambiato il mondo, il ruolo dell’intrattenimento, dello svago, l’influenza della tecnologia nel quotidiano, le cose di cui si parla. Non è cambiata la forza magica che la musica ha di entrare in contatto con le persone, la sua capacità di suscitare emozioni forti e di comunicare in via preferenziale coi ricordi degli ascoltatori. Filosofia a parte, nel 2002 nessuno aveva un laptop in studio, avevamo un solo computer connesso in rete. iPod e iTunes erano appena nati, Spotify di là da venire. Per distribuire la musica era necessario passare attraverso la trafila di stampatore, etichetta e distributore. Teoricamente adesso posso mixare un brano, in un’ora è su bandcamp e in 12 ore è su tutti gli store digitali. In più non c’erano social MySpace, Facebook, Twitter, Instagram, Snapchat e simili e gli artisti per entrare in contatto col pubblico dovevano per forza passare da giornali e radio ed erano in qualche modo obbligati a soddisfarne gli standard. Adesso un contatto diretto è molto più alla portata di tutti. Ci sono pro e contro e non è tutto oro quello che luccica ma la rivoluzione è evidente.

La discografia dei Muse, pur mantenendosi nell’ambito alternative/rock, riesce a cavalcare l’onda del mainstream. Perché questo non succede alla maggior parte dei gruppi alternativi in  Italia?
Domanda a cui rispondere non è semplicissimo, ci sono tantissimi fattori. Prima di tutto i Muse sono una mosca bianca anche sul panorama internazionale, pochissimi gruppi così Alternative riescono a fare i numeri di pubblico, di vendite, di risonanza che riescono a fare loro. Forse son solo bravi a farlo e speciali.

C’e’ poi una questione più squisitamente italiana che coinvolge la dimensione dell’industria discografica e la non presenza o l’inesistenza storica di un vero e proprio “alternative” in Italia. La musica alternativa è infatti molto più spesso catalogata come “indipendente” (da cosa poi al giorno nostro?) per non dire “underground”. Se leggi un report FIMI sulle vendite di dischi c’è un solo gruppo “alternative” tra i primi 100 (cento!) dischi più venduti lo scorso anno (i Verdena al 66mo posto) il che rende evidente che anche facendo le dovute proporzioni la musica alternativa interessa a una fetta piccolina di pubblico. Per quanto mi riguarda penso che il primo passo sarebbe trovare il modo di portare almeno dieci dischi “alternativi” in un anno nella classifica prima di preoccuparsi troppo di averne uno in top ten. Questo passa da scelte, dalla volontà di prescindere alcune convinzioni “artistiche” e dal collaborare con chi è disponibile nei media a comunicare quello che si vuole comunicare. Ma forse suona un po’ troppo utopico tipo Tommaso Campanella a questo punto.

Questa collaborazione coi Muse ti ha portato a vincere un Grammy per l’album “Drones”. Cosa hai provato? Qual è il primo pensiero che ti è venuto in mente quando hai appreso la notizia?
E’ stato un grandissimo risultato. Tecnicamente il premio è legato all’ultimo disco ma per noi, essendo un team abbastanza stabile, è un risultato che certifica quello che si è costruito in questi anni ed è il coronamento di una serie di sforzi, rinunce, sudore, nottate in bianco, pensieri, ricerche… E’ veramente bellissimo e molto appagante.

Puoi raccontarci un aneddoto sulle registrazioni di “Drones”?
Il disco è coprodotto dai Muse e da Mutt Lange un leggendario produttore sudafricano artefice dei successi di AC/DC e Def Leppard. La cosa molto curiosa per me è che il primissimo giorno da assistente alle Officine Meccaniche si era tutti in subbuglio perchè doveva arrivare una produzione americana per registrare le chitarre di un disco di Shania Twain.
Il produttore era proprio Mutt e rivederlo dopo 15 anni dall’altra parte del mondo (Drones è stato registrato a Vancouver negli studi di Brian Adams) per registrare e co-produrre con lui è stato come chiudere un cerchio.

Le collaborazioni con artisti italiani sono tantissime, ma il tuo cuore è certamente nel progetto Calibro 35. Ci parli di “Space”?
Calibro 35 è il mio bambino. Un progetto nato da un’idea relativamente banale (“rifacciamo le colonne sonore italiane che non le risuona più nessuno”) e dalla voglia di sperimentare in studio, che si è poi evoluto, è cresciuto, ha imparato a camminare sulle proprie gambe ed è stata un’altra esperienza altamente educativa della mia vita. Adesso è quasi un teenager e scalpita e si muove e vuole fare tante cose e non sta mai fermo ma è bellissimo così.
“S.P.A.C.E.” e’ un disco speciale nato prima da quello che volevamo fare musicalmente (allargare la metodologia di scrittura, inserire elementi psichedelici, suonare nuovi strumenti) per poi trovare una sua quadratura in un concept – quello sci-fi – diverso dai primi album della band. Abbiamo deciso di farlo come se fossimo stati negli anni ’60, per ricreare ancora più fedelmente il suono dei dischi che ci hanno ispirato, lavorando ai Toe Rag studios di Londra, dove han fatto “Elephant” dei White Stripes. Per me è stato intensissimo perché l’ho registrato subito dopo il disco dei Muse e di conseguenza nel giro di tre giorni sono passato da un disco con 250 tracce a brano realizzato in otto mesi a un disco con 8 tracce da fare in una settimana.

Stai lavorando a nuovi progetti in questo periodo?
Ho appena ultimato di mixare il nuovo disco degli Afterhours “Folfiri o Folfox” che uscirà per Universal il 10 giugno e sto lavorando con un giovanissimo cantautore inglese, Corey Fox Fardell, a un nuovo EP. Nel frattempo coltivo idee e non smetto di sognare e fantasticare cose, che è quello che mi nutre da quando sono nato.

Egle Taccia

foto: Eugenio Vasdeki

 

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