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Aurora, il nuovo album de’ I Cani

Aurora è il nuovo album de’ I Cani che ci racconta l’universo mentale (e non solo) del cantautore romano Niccolò Contessa, che riesce ad attrarre abilmente l’attenzione del pubblico per mezzo di uno stile decisamente pop.
Niccolò, da sempre apocalitticamente avverso al mondo dei like, si dimostra comunque integrato all’interno di dinamiche sociali che lui stesso condanna e preme forte l’acceleratore sui gusti di una cultura malinconica e post-hipster propria di una generazione totalmente priva di confini tangibili.
Questa volta il cantautore abbandona i riferimenti quotidiani a Roma e privilegia le pure e semplici emozioni. Il sentimento che anima l’intero album è quello più urlato e cantato al mondo, ovviamente l’amore. Contessa tuttavia si distacca dalla banalità rielaborando questa pulsione secondo i propri standard e alimentando la grande domanda che ne sta alla base: cosa è veramente l’amore?
Il cantautore romano ci parla di crediti del cuore su cui investire con frasi come “Tu immagina i bond di questo nostro grande amore in base al tuo tasso d’interesse per me”; di una spinta verso una persona da noi amata poi vanificata da una sorta di timore dato dal semplice contatto visivo; del posto più freddo che può diventare un letto a lungo condiviso con qualcuno, ma il vero picco dell’album si ha con la canzone da cui questo prende il nome, “Aurora”.
“Aurora” è un brano completamente incentrato sulla vita di un sms, che si tuffa in cavi elettrici sottomarini, passando per satelliti tra le stelle, per poi ridiscendere al cospetto della persona cui è destinato, illuminandole il volto e riempiendole i momenti vuoti. Il sound del brano è così malinconico e ricco di sfumature che sembra immergerci in un mondo buio, illuminato solo da sistemi cibernetici, un mondo gettato all’interno di un universo infinito e completamente insensibile nei suoi confronti, all’interno del quale i suoi abitanti cercano disperatamente di comunicare tra loro.
Questo si dimostra un album decisamente spiazzante dati i suoi molteplici riferimenti a termini scientifici sconosciuti, molti dei quali abilmente impastati con i più comuni sentimenti. Le variabili, come nella canzone “Calabi-Yau”, a cui noi umani siamo soggetti, ci sbattono in faccia quanto la nostra vita al cospetto dell’universo sia soltanto un granello di sabbia.
Niccolò non ci permette minimamente di peccare di hybris e riutilizzando un tema a lui caro, già palesato nell’album precedente, ci riporta con i piedi per terra parlandoci della completa solitudine ed effettiva mancanza di un superstizioso aiuto extraterrestre in cui è vano credere.
La malinconia e la tristezza dell’album colpiscono gli ascoltatori con melodie che, essendo molto orecchiabili, entrano facilmente nella testa per poi non trovare più una via di fuga.
Niccolò Contessa si dimostra, con il suo terzo album, brillantemente in grado di raccontare tutta la sua profonda sensibilità attraverso la propria musica. Parla a noi uomini e donne perduti con estrema durezza, ma coscienza di sé, spostando l’attenzione su di noi e non su preghiere universali che non verranno ascoltate.

Giulio Paghi

Di Redazione Urbanweek

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