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Speciale Sanremo: Chiara Dello Iacovo

Chiara Dello Iacovo l’abbiamo già incontrata poco prima che venisse selezionata tra le Nuove Proposte del Festival e forse un po’ le abbiamo portato fortuna! Adesso sta per realizzare il suo sogno di entrare con la propria musica nel tempio dell’Ariston. Abbiamo fatto una chiacchierata per conoscerla meglio, farci raccontare la strada che in breve tempo l’ha catapultata sul palco più famoso d’Italia e scoprire meglio di cosa parla il brano che l’accompagnerà in questa avventura!

Prima di lasciarvi alla lettura dell’intervista, vi anticipo che il 12 Febbraio uscirà il suo album d’esordio dal titolo “Appena Sveglia”!

Ti avevamo incontrata poco prima che partecipassi alle selezioni finali per Sanremo Giovani. Adesso che sei riuscita ad aggiudicarti il tuo spazio nella kermesse musicale più importante d’Italia, ci rivediamo per parlare di ciò che dobbiamo aspettarci da questa tua nuova apparizione televisiva. Come ti senti all’idea di calcare quel palcoscenico?

Una parola: SURREALE. Nel senso che sono proprio io in prima persona a sentirmi surreale, perché poi apro gli occhi e la situazione in sé è innegabilmente concreta.

Ci parli un po’ del percorso musicale che ti sta conducendo verso quel palco e di tutte le difficoltà che hai incontrato lungo la strada?

In realtà io mi sento una privilegiata. Un po’ per intraprendenza, un po’ per testardaggine, un po’ grazie ad allineamenti favorevoli di stelle e di pianeti, io ho fatto una gavetta piuttosto indolore. Ho incontrato pochi ostacoli nel mio cammino, o forse ero così concentrata sull’ obiettivo che sono passati in secondo piano. Ma è ancora presto per sedersi sugli allori, questo è un lavoro in cui più ti avvicini alla meta, più è sempre tutto da rifare, quindi come direbbe il mio produttore…avanti Savoia!

Tu hai studiato per tantissimi anni uno strumento, il pianoforte, con cui non è sempre facile relazionarsi. Generalmente i pianisti ci parlano di un rapporto di amore e odio verso lo strumento. Tu che tipo di legame hai con i tasti?

Io il pianoforte lo sto ancora studiando, anche se ormai mi sono messa l’anima in pace dal punto di vista performativo: fino a poco tempo fa mi sentivo in dovere di rispettare gli standard performativi di un pianista. Mi sono sempre sentita in difetto verso i musicisti “puri”, nutrendo una sorta di mistica ammirazione per l’approccio che avevano con lo strumento e l’apparente naturalezza con cui lo suonavano, loro, a cui bastava il pianoforte per sentirsi completi e lo comprendevano a pieno. Io non sono mai stata così, non ho mai saputo accontentarmi soltanto di suonare e questo mi ha anche portato per forza di cose ad uno studio più superficiale proprio perché meno totalizzante. Adesso ho maturato un rapporto molto più pacifico: studio pianoforte perché ne sento il bisogno, è una delle tante gemme presenti in me che voglio continuare a curare nel mio percorso di crescita.

Hai studiato anche canto jazz e recitazione. Quanto questi studi sono riusciti a comporre la personalità dell’artista che sei oggi? Cosa hai imparato e in cosa ti hanno cambiata?

Io in realtà non ho mai studiato canto jazz, forse non ho neanche mai studiato canto. La mia unica insegnante è stata Paola Tomalino, che mi ha trasmesso tutto quello che la tecnica canora del mondo non potrà mai insegnarti: mi ha insegnato il canto come forma di libertà. Ora sono seguita da un vocal coach che tiene sotto controllo le mie corde vocali e con cui ho appreso una tecnica per far sì che non si danneggino: in un anno abbiamo fatto miracoli! La recitazione non l’ho mai studiata in modo approfondito, ho fatto solamente un corso di teatro al liceo. Il problema è che è parte di me, e trasuda dal mio essere in ogni momento della mia vita, che sia sul palco o meno. Io sono teatrale di indole, e per forza di cose questo si riversa anche nel momento in cui sono su un palco a cantare le mie canzoni.

I tuoi primi testi erano in inglese. Poi ti sei trasferita negli Stati Uniti e ti è venuta voglia di esprimerti utilizzando la tua lingua. Cosa è successo?

Non è stata solo questione di spirito di contraddizione o di nostalgia. Gli Stati Uniti prima di tutto mi hanno insegnato la noia e la solitudine, e questo ha fatto sì che per la prima volta il mio io sentisse la necessità di mandare un messaggio: avevo finalmente qualcosa da dire. A quel punto ho deciso di cimentarmi con la mia lingua, dove il significato delle parole non è ammortizzato da un significante che distoglie la tua attenzione dal loro senso, cosa che con l’inglese invece accade sovente. Ecco forse perché la musica anglosassone ha successo in tutto il mondo: è in primis il suo suono ad appagarci.

“Introverso” è il brano che ti accompagnerà in questa avventura. Ci parli di com’è nato e di cosa l’ha ispirato?

Questo è uno dei miei pochi brani, forse addirittura l’unico, in cui l’amore non c’entra niente, non è presente neanche in modo velato come adoro fare di solito. È un brano frustrato ma ironico, di contestazione, che indossa un vestito frizzante e dissimulatore come a voler dire “chi ha voglia di sentire ciò che dico lo può fare, se no fermatevi alla musica per me è lo stesso”. È un sornione e questa sua molteplice natura mi stuzzica e mi diverte parecchio. Adoro giocare con lui.

Quali saranno i tuoi portafortuna che metterai nella valigia per Sanremo?

I miei portafortuna ce li ho tutti addosso: dalla mia consunta fascia bordeaux, alla collana con sonagli e le chiavi della mia ormai defunta bicicletta, alla molletta da bucato che ormai è diventata l’emblema di questa mia avventura sanremese! Il che fa ridere, perché a pensarci bene non credo di essere una persona scaramantica.

Che progetti hai in mente di realizzare dopo il Festival?

In mente ne ho a decine, ma bisogna anche procedere con un minimo di pianificazione se non si vuole mandare a monte l’occasione esclusiva che partecipare al Festival ti concede. Per questo so già con certezza che i primi passi saranno un Instore Tour delle Feltrinelli e Mondadori per presentare l’album e a seguire un tour. Non sto più nella pelle.

Intervista a cura di Egle Taccia

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