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L’intervista: Verderame

“Roma Tossica” è il nuovo lavoro dei Verderame di Roma. Una band esperta, già conosciuta nell’ambiente musicale romano e che in questo disco affronta argomenti importanti e attuali. Un disco ben arrangiato, ben suonato e che tiene l’ascoltatore concentrato ed attento sulle tematiche trattate.

I Verderame sono:

Fabrizio Morigi: voce, chitarra
Valerio Salustri: chitarra, voce
Cristiano Vairello: basso
Riccardo Macrì: batteria

 

– Cosa significa stare nei Verderame? Come vivete le vostre giornate di lavoro?

Stare nei Verderame vuol dire sicuramente dedicare molto tempo e spazio alla band ogni giorno. Di solito cerchiamo di dividerci il lavoro che c’è da svolgere a seconda delle attitudini personali. Con il tempo abbiamo capito dove ognuno di noi può agire per ottimizzare il lavoro quindi ci siamo ritagliati delle mansioni ad hoc.
Ci occupiamo a 360° di tutti gli aspetti del nostro lavoro: composizione, arrangiamento, cura dei nostri social… tutto ciò che riguarda la vita di una band.
Per raggiungere gli obiettivi che ci siamo posti dobbiamo lavorare tanto e, di conseguenza, passiamo tanto tempo insieme: avendo il nostro studio possiamo essere elastici sui tempi e sull’organizzazione del lavoro, e questo ci dà la possibilità di alternare momenti di lavoro molto intenso a momenti di vero e proprio “cazzeggio”: possiamo essere una vera band! Comunque tutto inizia con una sana colazione al bar “offerta” in maniera “del tutto spontanea” dall’ultimo di noi che arriva in studio.

– Con chi vi piacerebbe collaborare in italia e con chi all’estero?

Per l’estero ci piacerebbe lavorare con band soprattutto inglesi che ci sembrano rappresentare meglio l’idea di rock che abbiamo noi. La scena inglese è una fonte di ispirazione notevole, e forse non soltanto per noi.
Band alle quali ci siamo ispirati come Radiohead, Kasabian, Jack White in molte delle sue formazioni, siamo convinti propongano una continua novità ed innovazione: suoni, arrangiamenti, utilizzo dell’elettronica sono solo alcuni degli aspetti che ci affascinano.
Nello stesso tempo amiamo anche il rock classico,  pensiamo ai Led Zeppelin, ai  Beatles e a molti altri, insomma i grandi fra i grandi i quali non possono non essere nel dna di ogni musicista!
In Italia strizziamo l’occhio a gruppi come Afterhours, Marlene Kuntz ed altri che a loro modo hanno voluto dare un peso tanto alle parole quanto alla musica. Non a caso riteniamo cantautori come Fabrizio De André, Ivan Graziani, Lucio Dalla dei veri e propri poeti ed innovatori assoluti. È importantissimo scrivere testi credibili, originali e non banali e ci ispiriamo a band orientate all’innovazione, anche nei testi.

– Ascoltando Seattle 96 è chiaro il riferimento agli anni ‘90: cosa vorreste rivivere di quel periodo?

Di quel periodo ci manca soprattutto l’età che avevamo, la spensieratezza dell’adolescenza e le poche responsabilità. In effetti il pezzo è un po’ nostalgico e in qualche modo rappresenta quello che è stato per noi l’esordio musicale verso il rock. Musicalmente parlando in quel periodo c’è stata un po’ una rinascita del rock con il grunge: dopo la forte ricerca di suoni elettronici degli anni ‘80 si è tornati al suono acustico degli amplificatori, delle valvole, e delle chitarre. Quella musica al tempo fu di forte impatto e forse ci manca un po’ quella sensazione che si aveva quando si ascoltava finalmente qualcosa di diverso. All’epoca compravi un CD e correvi a casa ad ascoltarlo per intero dedicandogli la più completa attenzione. Oggi la musica è un po’ troppo mordi e fuggi, e spesso non le si dedica l’attenzione che merita.

– Quali aspetti del vostro vissuto sono diventati musica in questo disco?

Diciamo che c’è dentro il nostro vissuto degli ultimi tre anni…
In pratica con il secondo disco abbiamo ricominciato a raccontare da dove ci eravamo fermati con il primo, quindi ci puoi trovare emozioni forti che arrivano dal contesto familiare, esperienze sentimentali nostre o di qualcuno che ci è vicino, fatti sociali che hanno caratterizzato gli ultimi anni. Tutto sempre con una forte connotazione personale… Vale la pena dire che non è solo un fatto di testi: raccontare per noi significa esprimere con la musica a tutto tondo. La nostra ricerca di suoni e colori è proporzionale agli stati d’animo che ci accompagnano. Basti pensare a come, in questo album, è cambiato il mood rispetto al nostro primo disco.
– “G8” parla dei fatti accaduti a Genova nel 2001, da cosa nasce l’esigenza di scrivere di quei fatti a 15 anni di distanza?

Quella è una brutta pagina della nostra storia recente. I fatti di Genova del 2001 e in particolare gli episodi della Diaz e di Bolzaneto ci danno la misura di come in questo Paese, quando lo Stato si vede minacciato nelle sue istituzioni, cessa di esistere lo Stato di diritto .

La gestione di tutto quello che è accaduto nel post 2001, a partire dalle indagini fino ad arrivare alle poche sentenze passate in giudicato, è la testimonianza di come l’impunità abbia vinto, in tutta questa faccenda. Le persone in attesa di giustizia sono sconfitte dallo stesso Stato che dovrebbe proteggerle… In definitiva non esistono complici nè colpevoli…
Nonostante Strasburgo e la sentenza della Corte di Giustizia Europea del 2015, nonostante l’adesione alla Convenzione dei diritti dell’uomo nel 1988, l’Italia continua a non prevedere nel suo codice penale il reato di tortura, motivo per cui tanti degli imputati dei procedimenti del G8 sono rimasti impuniti. Molto spesso si assiste alla perdita della memoria storica e questo è il nostro piccolo tentativo di tenere viva l’attenzione.
– Perché avete scelto “Roma Tossica” come titolo dell’album?

La scelta è caduta su questo titolo perché oltre ad essere un brano dell’album ha un forte impatto emotivo quando viene letto e ascoltato. Associare una città così bella come Roma al concetto di tossico crea un forte stridore che in qualche modo secondo noi colpisce e crea attenzione.
Inoltre ascoltando il testo della canzone è facile, purtroppo, fare un parallelo con la società più in generale. La tossicità delle idee sembra avere preso il sopravvento, e in qualche modo cerchiamo di mettere in evidenza questo aspetto: le “nuvole tossiche” hanno inquinato non soltanto l’aria ma anche le menti.
Pensiamo che i problemi che questa “tossicità” comporta nella vita quotidiana di ogni singolo individuo, siano ormai radicati a livello globale.
– Quali sono i riferimenti stilistici del brano “Isola” e di cosa parla precisamente?

Per il brano “Isola” ci siamo in parte ispirati al film “They Live” di John Carpenter, in cui il mondo era stato colonizzato da una civiltà aliena ben radicata nella società ma nascosta agli occhi delle persone grazie a dei trasmettitori. La loro conquista era basata sull’ assoggettare la razza umana tramite costanti comandi subliminali sull’ obbedire e conformarsi, attraverso normali cartelloni pubblicitari, riviste e Tg.
Nel testo descriviamo l’incapacità sopraggiunta della razza umana di mettere a fuoco quello che ha di fronte… C’è un dialogo con l’ acqua, la terra, il sole e il mare in cui cerchiamo raccontare l’ incapacità delle persone di trovare un reale contatto con questi elementi. E quindi l’immagine di una giovane ragazza in piedi di fronte ad un’isola, che però non riesce a vedere. Neanche in piedi sul bordo di un abisso riesce ad accorgersi del pericolo che sta correndo. Lo stile invece è in linea con il nostro sound attuale, anche se c’è da dire che l’arrangiamento di questo brano è stato complesso e ha richiesto una ricerca ed un confronto molto intenso specialmente sui suoni di chitarra e sulla ritmica del ritornello.

 

– In “Abbattimi Moda” si coglie uno spirito di critica rivolto alla moda in generale, può dunque essere letta anche come una metafora del business musicale?

Sicuramente questo brano rappresenta una metafora, e se vogliamo non soltanto per il business musicale ma per tante cose che accadono quotidianamente nella nostra società. La moda si presta bene perché ormai è sotto gli occhi di tutti l’assurdità dei canoni di bellezza proposti portati talmente all’eccesso, da essere addirittura nocivi. Una volta entrati in questi meccanismi è poi difficile uscirne, si rimane “drogati” di apparenza e di facile successo. Quando poi “la moda passa” se non si è costruita un’ “arte” personale si rimane col vuoto che si nascondeva dietro l’apparenza. In questo senso il business musicale sforna purtroppo esempi in continuazione: fenomeni passeggeri che non lasciano nulla, spremuti fino all’osso, e non è raro ritrovare gli stessi pseudo artisti a fare completamente un altro lavoro dopo la notorietà raggiunta forse troppo velocemente.

 

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