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L'Intervista: Faris

Dopo il successo internazionale dell’album Mississippi To Sahara , Faris, il musicista italo-algerino ex Tinariwen, che ha stregato Ben Harper, lancia in Italia il suo primo videoclip: Oulhawen Win Tidit, una rivisitazione in chiave Tuareg dello standard blues Death Letter  di Son House. In questa bella intervista tutti i dettagli su un musicista davvero straordinario! Buona lettura!

 

Hai pubblicato Mississippi To Sahara lo scorso anno e tutt’oggi sta andando, giustamente, alla grande: che bilancio senti di poter fare e cosa, secondo te, ha apprezzato di più il pubblico?

Sono piuttosto proiettato in avanti e i bilanci non sono il mio forte. Sto già lavorando al secondo disco che sarà molto più impegnativo e vasto e complesso del primo. Sono felicissimo di tutto ciò che è successo dopo l’uscita di MTS, ho realizzato tanti sogni e incontrato tante persone. Riguardo al pubblico, non mi metto mai al loro posto, perché il bello della musica e dell’arte in generale è proprio il fatto che ognuno “senta” in maniera diversa la stessa canzone o lo stesso disco. Posso dirti però quello che piace a me di questo disco, ed è la sua semplicità, a livello sonoro. E il fatto di averlo registrato in meno di 2 giorni, in pochissime take. Spesso suonando e cantando insieme. Facendo un disco in questo modo diventa quasi impossibile nascondersi dietro effetti o mentire o recitare una parte. Mi ci sento molto in questo disco, proprio come sono io ogni giorno. E forse anche il pubblico ha apprezzato questo aspetto. 

Oulhawen Win Tidit è il primo singolo lanciato in Italia: rispetto agli altri Paesi, come è stato accolto il tuo disco qui da noi?

Ho cominciato a suonare a livello professionale fuori dall’Italia, quello che faccio è sempre stato accolto meglio fuori, Francia, UK, USA, eccetera. Ci sono tanti fan e persone interessate in Italia, ma direi che rispetto agli altri Paesi l’accoglienza è un po’ “tiepida”. 

Tuo padre è italiano e tua madre Tuareg algerino-maliana, hai vissuto in diversi Paesi e, quindi, conosciuto culture differenti tra loro: in che modo tutto questo si fonde nella tua musica? 

In modo istintivo. Non riesco a pensare o a ragionare molto quando scrivo. Non ho mai studiato musica, non conosco le note che suono. Il fatto di avere avuto fin da piccolo tanti ritmi diversi nelle orecchie, di aver viaggiato, mi facilita sicuramente, sia nella composizione che nel rapporto con gli altri musicisti. In più c’è una cosa che continua a confermarsi fin da quando ero piccolo. È questa cosa della provenienza africana della maggior parte delle musiche che si ascoltano oggi nel mondo. Che sia blues, salsa, reggae, rock etc. la provenienza è sempre quella e questo mi facilita perché finisce sempre per essere qualcosa di familiare per me. Perfino lo slide ha origini africane, per cui per me è ogni volta è una sorta di cerchio che si chiude.

Quando è nato l’amore per la musica? Quali artisti hanno avuto un ruolo importante nella tua formazione?

Sono nato in una famiglia “musicale”,  per cui ho sempre respirato musica e suono le percussioni fin da quando avevo 1 anno. Poi batteria, basso, chitarra, flauto, piano etc., mi piacciono tutti gli strumenti perché ti suggeriscono ognuno delle idee e sensazioni diverse. Gli artisti che mi hanno influenzato sono tantissimi. Ricordo il primissimo vinile che scelsi di ascoltare a 4 anni, era “Uprising” di Marley. I Tartit e i Tinariwen li ascolto fin da piccolo lo stesso, ben prima che ottenessero una fama internazionale. Jimi Hendrix è stato quello che mi ha convinto a passare alla chitarra, rimane uno degli artisti più importanti al mondo per me. Un songwriter incredibile, ragazzo sensibile e chitarrista speciale che se ne fregava delle regole. Skip James, John Lee Hooker, Robert Johnson, Muddy Waters e tutti i bluesman originari. Poi , per il resto, ho ascoltato veramente di tutto, da Frank Zappa a Wes Monrgomery passando per John Coltrane, Ray Charles e Milton Nascimento e duemila altri.

Hai ottenuto ottimi riscontri da parte di molti addetti ai lavori, su tutti, ricordiamo lo storico chitarrista blues Taj Mahal e Ben Harper, il quale ha voluto conoscerti di persona durante il tour europeo con gli Innocent Criminals: siamo curiosi di conoscere tutti i dettagli!

Facciamo una premessa: Taj Mahal e Ben Harper sono entrambi miei idoli. Entrambi sono musicisti che io ascoltavo e ammiravo sin da quando avevo 13 anni. Entrambi sono modelli per me di “come si fa il musicista in modo corretto su questo pianeta”. Quando un tuo idolo ti dice: “sei un mio idolo!”, allora ti trovi in una posizione veramente strana. Taj Mahal è stato il primo ad accorgersi di me, ha visto il teaser dell’album su Youtube e ha contattato la mia casa discografica per potermi fare i complimenti. Mi ha fatto dei complimenti incredibili e ha poi aggiunto “mi farò spedire delle copie del tuo disco e lo farò sentire a Ben Harper, questo perché sarà sicuramente incuriosito da come tu suoni la weissenborn”. Lì per lì ho pensato “figurati se a Ben gliene frega un cazzo di uno come me!” , invece dopo una decina di giorni arriva un altro messaggio da Taj, in cui diceva “Parliamo da giorni di te con Ben! È eccitatissimo all’idea di conoscerti, vuole il tuo contatto diretto e vuole incontrarti”. In quelle giornate avevo il cuore che batteva al doppio del ritmo normale. Poi un messaggio dopo l’altro Ben ha proposto l’incontro visto che era in tour in EU. Abbiamo passato la giornata assieme parlando di Blues, dell’essere meticci, ognuno provava le chitarre dell’altro e commentava, sono stato trattato come un re sia da lui che dal suo staff, mi ha fatto piacere vedere che è esattamente la persona semplice che passa dalle sue canzoni, è un grande essere umano e un fratello. Voglio ringraziarli pubblicamente, Taj e Ben. Quello che hanno fatto, detto e suonato non ha prezzo per me.

Porterai la tua musica in giro per il mondo, dove potremo sentirti live in Italia?

Il 18 Settembre a Treviso

 

 

a cura di Laura De Angelis

 
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