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La recensione: Motta – “La fine dei vent’anni”

Dopo la sua avventura con i Criminal Jokers e le altre collaborazioni artistiche, Francesco Motta pubblica il suo primo album solista: La fine dei vent’anni.
Questo lavoro mette sul campo l’esperienza del giovane cantautore. Francesco ci parla del momento in cui i teen sono finiti e si sbarca nei vent’anni, ci mette davanti le angosce di una generazione spaesata alla ricerca di una maturità sempre più difficile da raggiungere.
Le parole di Motta sono senza indugi, dirette al punto e la sua musica è carica dell’energia di chi vuole emergere, della rabbia di chi crescendo vede il mondo come un colpo potente.
Sarebbe bello finire così, lasciare tutto e godersi l’inganno, ogni volta, la magia della noia, del tempo che passa la felicità“; questi sono alcuni versi della canzone “Il tempo che passa la felicità“, con cui Francesco ci mette di fronte all’inganno della crescita e della ricerca della felicità promessa.
La musica del giovane cantautore ha un bel ritmo indie-rock che intreccia il pop di chi ha qualcosa da dire e che non vuole limitarsi all’intrattenimento spicciolo. Motta non ha paura del confronto e si sente. La sua voce vibra ma è sicura, la sua musica è in fase di crescita ed ha quella sfrontatezza dell’artista in evoluzione e del giovane che cerca il proprio spazio nel mondo.
Amico mio sono anni che ti dico andiamo via ma abbiamo sempre qualcuno da salvare” è questo il cuore dell’album La fine dei vent’anni, dal brano omonimo, che riassume i pensieri giovanili dei post-ventenni. C’è la voglia di far qualcosa, di affermarsi nel mondo, di andare via ma qualcuno ci trattiene sempre. È difficile partire, lo è più di quello che sembra, più di quello che ci raccontano Jack London e H.D.Thoreau nei loro romanzi. Qui si lascia ciò che si conosce e l’ignoto fa paura più che mai nonostante non ci sia di mezzo la natura selvaggia ma la giungla urbana, il mondo degli adulti. Nell’epoca delle certezze, della diretta persistente, del “tutto mostrato attraverso uno schermo” l’immaginazione si blocca su pochi fotogrammi, l’esterno è angusto: ci sono guerre, autobombe e attentati. Siamo schiavi di immagini che ci inibiscono, così la nostra fuga viene continuamente rimandata.
È la paura d’invecchiare, di perdere i capelli e stare bene…Costruiamoci una casa prima o poi ci passerà“. Questo estratto dal brano “Prima o poi ci passerà” è la speranza a cui Francesco cerca di credere che vede tuttavia aleggiare su di essa un drammatico spettro di fallimento. Il risultato è che saremo troppo stanchi per godere dei nostri frutti e passeremo dalla paura alla stanchezza. Parte da qua la voglia di reazione e quale canzone migliore se non “Sei bella davvero” per urlarlo al mondo. È questo forse il brano più passionale e più sentito. È un elogio ad una ragazza che non viene capita se non da chi la osserva: “Sei bella davvero, per chi lo sa”. È la canzone che ci permette ancora di sperare, che ci fa pensare “vediamo un po’ se da questa paura di crescere ci scuotiamo insieme”.
Motta ci mette davanti al proprio mondo con 10 brani che vengono dal cuore. Con un sound quanto mai appropriato ci fa riflettere. Le parole e la musica vanno di pari passo. Siamo di fronte a dei pensieri profondi, non a singole canzoni. A quei pensieri che ci attraversano la testa la sera prima di andare a dormire, a quei propositi per il giorno seguente che ci fanno paura ma sono fermi dentro di noi. Da quei momenti parte la nostra reazione: “Hai presente quelle notti in cui vai a letto e non sei stanco“; “Ci taglieranno le mani, ci faranno a pezzetti, con il coltello fra i denti li guarderemo negli occhi” (da Abbiamo vinto un’altra guerra).

Giulio Paghi

Di Redazione Urbanweek

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