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Best New: Oh! Eh?

Non di Amore è il primo album di OH! EH?, band formata da Emanuele Principi, già cantante e chitarrista di Lilith, Giacomo Troianiello, Andrea Mattiucci, Daniele Caprini e Francesco Miceli . Il lavoro si caratterizza per la ricerca di una scrittura che coniughi elettronica e strumenti acustici, una scrittura, di conseguenza, resa lontana dal pop, sia per la struttura delle canzoni che per il contenuto non musicale. Ci raccontano tutto in questa intervista, non perdetela!

 

Non di Amore è il vostro primo album: cosa raccontano le tracce che lo compongono?

Questo album, nel suo complesso, racconta di distanze emotive, di mancanza, perdita di fiducia nel prossimo che, spesse volte, e come è naturale aspettarsi, rappresenta la persona che amiamo o abbiamo amato. Proprio per questo il titolo specifica come l’album non parli di amore, non tratti della forza d’amore e delle complicazioni sull’amore, non direttamente almeno. Consci del fatto che l’amore sposta equilibri e fa crollare interi castelli, cerchiamo invece di raccontare storie, proporre dialoghi possibili, confidenze e riflessioni circa temi comuni a tutte le persone come, ad esempio, l’abbandono. Non conta che l’abbandono arrivi da qualcuno contro di noi, ma può darsi che l’abbandono sia anche rispetto ad un’idea, una speranza, al futuro stesso. A dirla tutta, abbiamo cercato di capire se, raccontando certe storie, che crediamo siano le storie di tutti, e affrontando queste storie anche sotto forma di dialoghi, saremmo riusciti ad escludere l’amore, a non trovare giustificazione in esso, ovunque volgessimo lo sguardo. E per fare questo, avevamo bisogno di preoccuparci del mondo delle persone (e non di amore).

 

Per la vostra band avete scelto un nome curioso, due interiezioni che alludono allo stupore, alla curiosità e al dubbio: come mai?

Sono due espressioni che abbiamo scelto perché ci sembravano evocative, rispetto a questo progetto, nato, difatti, sulle somme di continue espressioni di stupore e di complicità, come, per l’appunto, “OH! EH?”. Ci ripetevamo che stavamo creando qualcosa capace di stimolarci, facevamo esclamazioni monosillabiche ad ogni proposta di suono, composizione o righe di testo. Questo è quello che resta ancora, che conta davvero, che sta alla base di tutto il nostro lavoro: si tratta di un alfabeto di suoni e sguardi, coi quali dialoghiamo, qualcosa che somiglia o potremmo chiamare “eccitazione creatrice”.

Come descrivereste le sonorità di Non di Amore?

Abbiamo cercato di lavorare su arrangiamenti che ruotassero attorno principalmente ad una base rudimentale di elettronica, volutamente elementare perché noi siamo dilettanti della materia, e su movimenti di pianoforte. Ai lati di queste due strade, abbiamo costruito tutti i paesaggi di suono, emotivi, che ci sembravano coesistere e completare il quadro. Pensiamo a Non di Amore come ad un album di fotografie. Non ha una trama univoca, contiene soltanto, raccoglie testimonianze e fa tornare alla memoria qualcosa di intimo. Alcune scelte sono state fatte affinché emergesse con maggiore chiarezza un colore più scuro, non definibile, ma che suggerisse di stare in allerta. Dalla lettura delle recensioni che, finora, hanno accompagnato l’uscita dell’album, ci siamo resi conto che questo lavoro ha danzato su molte più note di quelle che credessimo da principio. Siamo sorpresi dalla varietà di quello che la gente sente, appunto dalle sonorità che associa al cd, ma questo ha comunque un senso, per noi, perché sappiamo che Non di Amore non ha residenza e non si ferma, esattamente come noi.

Come nascono le vostre canzoni? Ognuno di voi ha un ruolo ben preciso o è l’ispirazione del momento a dettare le regole?

Per questo album, abbiamo lavorato su spunti di pianoforte e sulla costruzione di basi elettroniche, atmosfere di suono, il tutto rigorosamente in studio o a casa. Non abbiamo ruoli precisi nel gruppo, perché sentiamo l’esigenza di essere interscambiabili, nei limiti delle nostre possibilità, rispetto al momento. Più che direttamente sul palco, spaziamo molto in studio, quando tutti possono suonare tutto e proporre un motivo o, perché no, affrontare uno stato d’animo. I testi, per ora, arrivano di norma dopo una bozza di canzone. Con Non di Amore abbiamo lavorato quasi del tutto in studio, riducendo al minimo il confronto in sala prove, concentrandoci sulla realizzazione di un’idea che avevamo nella nostra testa, prima che nelle dita. Ora, invece, stiamo virando su tutt’altro approccio compositivo,  lasciandoci trasportare più da quello che accade suonando, percorrendo un sentiero poco chiaro.

Ci sono degli artisti, italiani o stranieri, che più di tutti hanno avuto un ruolo importante nella vostra crescita musicale?

Non ci portiamo dietro alcun artista, in quello che componiamo, non direttamente almeno. Sarebbe assurdo sostenere di essere solo figli di se stessi, perché ogni giorno ascoltiamo musica, ogni giorno leggiamo testi di autori che ci trasmettono un’emozione e ci lasciano a pensare. Ciononostante, però, ci limitiamo a suggerimenti reciproci su questo o quell’ascolto ma soltanto a titolo amicale, perché vogliamo rendere partecipi gli altri di quello che ci ha emozionati e non con finalità di ispirazione. Sappiamo, a grandi linee, chi piace a chi, quali sono i responsabili delle nostre notti tormentate, ma non facciamo classifiche tra di noi, perciò la nostra crescita resta personale e confinata nelle mura delle nostre stanze di casa o al di là dei finestrini di una macchina. Prendiamo ispirazione da tutto, comunque, e non ci limitiamo al mondo della musica per fare musica, ma attingiamo dal teatro, dai libri, dalla famiglia, dalle serate no e dal futuro, il top player degli scacchisti. 

Quali sono le tappe del tour? Dove potremo sentirvi live?

Al momento stiamo lavorando su nuove canzoni, per muoverci a settembre. Abbiamo scelto di concentrarci sul nuovo perché gli spunti sono molto interessanti, ci hanno subito catturato e ci permettono di portare sul palco qualcosa di ulteriormente diverso dalla musica che siamo abituati a suonare o che abbiamo inciso. Questo, secondo noi, ci rappresenta. Questo è quello che, chi sceglie di ascoltarci, può e deve pretendere da noi. Il nostro genere ci obbliga ad affrontare il rapporto col pubblico in modo molto più tormentato, passateci il termine, rispetto ad un gruppo pop o rock in generale, almeno secondo noi. Questo significa che non possiamo accettare ogni data, ogni situazione, ogni circostanza, purché si suoni. Non sarebbe il nostro habitat, risulteremmo goffi e non lasceremmo un ricordo di noi. Un tema che ci sta molto a cuore, il ricordo, perché siamo tutti amanti della musica, della sua storia e dell’arte in generale, e portiamo nel cuore una biblioteca di ricordi. Se l’arte non lascia il segno, allora non è arte. È soltanto esibizione. 

 

a cura di Laura De Angelis

 
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