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Best New: From the ashes

I From The Ashes nascono nel 2012 ma affondano le proprie radici da esperienze pregresse dei componenti del gruppo; hanno pubblicato un concept album ma hanno suonato moltissimo in Italia e fuori dai confini nazionali.
Marco, il cantante, ha partecipato a The voice of Italy nel team di Piero Pelù e la sua esperienza ha giovato a tutta la band; li abbiamo incontrati e ci hanno raccontato della loro musica, del pubblico e delle loro aspirazioni.

“From the ashes” fa venire subito in mente una fenice che rinasce dalle proprie ceneri; quali sono le ceneri da cui risorgete?

La scelta del nome della band deriva da più fattori: innanzitutto ci piaceva suggerire l’idea di una rinascita, delle infinite possibilità che la vita offre ad ognuno di noi anche a fronte di difficoltà apparentemente insormontabili; personalmente, siamo quattro amici di una vita intera che da sempre avrebbero voluto suonare insieme, perciò riuscire a formare questa band ha rappresentato per noi il raggiungimento di un traguardo che inseguivamo da tempo.

Venite tutti da esperienze musicali diverse, come è nata l’idea di formare un gruppo insieme?

Come ti accennavo, l’idea di questa band era in cantiere da anni, mancavano solo le possibilità logistiche perché essa divenisse realtà. Qualche anno fa abbiamo deciso di prendere un appartamento a Roma insieme ed incominciare la stesura del nostro primo album.

In che modo l’esperienza di Marco a The Voice of Italy è stata utile a tutta la band?

Nonostante il mondo dei talent non sia perfettamente affine alla nostra proposta musicale, la partecipazione a The Voice of Italy si è rivelata un’esperienza estremamente positiva per la crescita artistica di Marco, quindi di riflesso anche per il resto della band, ed inoltre ha aumentato il volume di attenzione nei confronti del nostro progetto.

Avete detto che In dreams è un concept album, qual è il filo conduttore delle tracce?

Il concept è una storia liberamente ispirata ad alcune idee presenti in un bellissimo film di Richard Linklater: Waking life. Il racconto all’interno del disco è ambientato in gran parte in un sogno lucido, ovvero un’esperienza onirica nella quale si è consapevoli di stare sognando, e narra il cambio di prospettiva di una persona rispetto alla propria vita. Abbiamo scelto queste tematiche e questa ambientazione narrativa così particolare perché al momento della stesura dei brani ci sembrava si sposassero alla perfezione con i momenti musicali che stavamo creando.

Ci descrivete la vostra musica con 4 aggettivi?

Sicuramente onirica, passionale ed attuale sebbene nel contempo sia, per alcune sonorità, anche nostalgica del passato.

Qual è un festival in cui vi piacerebbe suonare?

Per l’attenzione verso la musica rock ed alternative, sceglieremmo il Reading festival, in Inghilterra.

Vi siete esibiti moltissimo all’estero, anche agli inizi della vostra carriera, per quella che è la vostra esperienza, ci confermate quello che dicono tutti e cioè che “il pubblico estero è più educato all’ascolto musicale del pubblico italiano”?

Il pubblico italiano è certamente pieno di passione e calore nei confronti di artisti già noti, probabilmente è vero: manca un po’ di educazione all’ascolto di musica inedita e per una band emergente questo può rappresentare un ulteriore elemento di sfida. È anche vero che, al di là della composizione di canzoni e della preparazione dei live, il fulcro del nostro lavoro è esattamente questo: conquistare attraverso la musica il pubblico che abbiamo di fronte, perciò è una sfida che accettiamo molto volentieri.

Di Redazione Urbanweek

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