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Best New: DerWald

Succede molto spesso che i gruppi si sciolgano e ai fan non resta che ascoltare e riascoltare i loro brani, consumando i dischi e i file musicali; poi ogni tanto succede che dalle ceneri di quei gruppi rinascano progetti musicali nuovi, fenici molto promettenti che, ovviamente, sono altro dal gruppo originario ma che da esso attingono in linfa musicale.

Un po’ come è successo nel 2012 ai Rein, gruppo folk romano, da cui nel 2016 sono nati i DerWald; un progetto diverso, nuovo, più maturo, a tratti più lucido, che farà parlare di sé.

Abbiamo intervistato i DerWald per imparare a conoscere un po’ meglio questa nuova piccola creatura in attesa di vederli sui palchi.

Di DerWald sappiamo che è un progetto musicale nato (anche) dai (compianti) Rein; che cosa è confluito del progetto precedente e quali sono le novità?

I Rein erano cinque. In DerWald ci sono due componenti di quel gruppo: la voce e una chitarra, che dei Rein erano anche gli autori delle canzoni. Sicuramente una parte di quell’esperienza vive ancora in noi attraverso il modo stesso che abbiamo di scrivere e di esprimere quello che scriviamo; sotto questo punto di vista non ci sono distanze incolmabili, anche se lo volessimo.

A cambiare è stato sicuramente il mondo che ci circonda, sia a livello musicale, sia sul piano sociale 10 anni fa vivevamo proprio in un’altra dimensione e in parte siamo cambiati anche noi, che oggi abbiamo 30 anni, mentre allora ne avevamo 20. È una bella differenza, un’altra partita che avrà le sue dinamiche e genererà necessariamente dei fatti nuovi.

DerWald vuol dire foresta in tedesco, la foresta di cui parlate è una foresta reale o una foresta anche simbolica?

È un simbolo. Gli alberi sono gli esseri viventi più affascinanti sulla terra e una foresta è formata da tanti di questi esseri. Gli alberi riescono così a dare vita a una foresta, una creatura cioè composta da molti elementi ma dotata di un solo respiro, una sola forza, dove tutti sono indispensabili in quanto comunità prima ancora che in quanto singoli. Prendere questo nome è anche un modo per contribuire alla ricostruzione di un mito collettivo e comunitario in un’epoca di solitudine disperata, di cinismo, di tracollo. L’umanità che sogniamo potrebbe assomigliare ad un bosco. Se sopravviveremo a tutto questo saremo forse più simili agli alberi che vivono lungo certe vallate.

Come si svolge il processo creativo delle vostre canzoni?

Scrivere è un momento personale, assomiglia molto ad una lotta senza esclusione di colpi con una parte di te che sfugge, che si nasconde. È un po’ come mettere questa parte di te con le spalle al muro e riuscire a scattargli una foto o a dirgli qualcosa. Questo può avvenire all’improvviso, in un’istante, oppure dilazionando questa rincorsa nei mesi, a volte negli anni.

Abbiamo decine e decine di canzoni mezze scritte a cui spesso diamo dei nomi di città per distinguerle una dall’altra. All’improvviso viene il turno di “Avezzano”, che in quel momento, per un qualche motivo, è matura e disposta ad essere completata (e magari cambia anche nome). Altre volte scriviamo una musica, o una parte musicale, poi mettiamo assieme più appunti e poi ci si scrive il testo. In effetti ci sono diversi modi con cui si può arrivare al punto di dire “ho scritto sta cosa”.

Sotto i testi delle vostre canzoni avete aggiunto, oltre al nome dell’autore, le loro date di nascita: autunno 2011, inizio 2012, primavera 2013; sono testi che affondano le radici nel passato e che hanno visto la luce verso il pubblico solo nell’Aprile 2016. Che cosa vi ha spinto ad aspettare così tanto tempo per la loro pubblicazione?

Sicuramente la fine dei Rein ha un ruolo in questa attesa. È stata una frattura improvvisa e dolorosa. Alcune canzoni di Volume1 erano addirittura provini per il disco che non riuscimmo mai a portare a termine durante l’ultimo periodo. Sono passati anni, è vero. Per parecchio tempo abbiamo fatto altre cose, pensando anche che si potesse smettere di suonare. Dopo tanto girare poteva anche essere giusto così.

Poi invece, per tanti motivi, decidi di continuare, o meglio di ricominciare. Allora ti guardi intorno, inizi a immaginare un suono, lo provi, fa schifo, ne provi un altro, peggio, poi al terzo tentativo qualcosa la azzecchi e allora passi mesi a cercare di capire e così via finché non inizia ad andare a fuoco per davvero. Poi chiami gli amici per ricostruire qualcosa, per collaborare, per starci. E prima di dare una forma a quello che stai facendo passano altri mesi. Diciamo che per rimetterci in condizione di pubblicare delle canzoni in cui potevamo rispecchiarci c’è voluto molto tempo, abbiamo fatto un percorso lungo e tutt’altro che lineare, anche perché spesso non eravamo affatto sicuri di quello che stavamo facendo, né dell’opportunità stessa di farlo.

Su tutti i vostri profili social e sul sito è scritto chiaramente che avete scelto di distribuire la vostra musica con licenza Creative Commons del tipo attribuzione non commerciale non opere derivate 3.0; ci spiegate i motivi di questa scelta?

Tutti noi pubblichiamo materiale in questa formula fin dai primi momenti, che sono poi oltre 10 anni fa. Abbiamo sempre creduto e continuiamo a credere che sia possibile e necessario mettere a punto un sistema di produzione della cultura che non sia appiattito sulle leggi del copyright. Ci sembra corretto continuare con questa impostazione. Oggi, per tanti motivi, la situazione è meno grave di allora, o quanto meno molto più fluida, ma il valore politico di rilasciare materiale in copyleft resta intatto. All’inizio di quell’epoca eravamo dentro un grosso collettivo di artisti e band che aveva come grido di battaglia “l’arte non è una merce!”, abbiamo deciso di riproporre anche quello slogan a cui siamo affezionati e che oggi più che mai mantiene intatto il suo valore.

Come immagine del Volume 1 avete scelto “le imponenti montagne dell’Appennino centrale, con la cima del Gorzano che svetta sulla scritta DerWald”, che cosa vi ha guidato nella scelta di questa immagine?

In Volume1 c’è molto confronto con la natura. Soprattutto con una natura forte, di grande impatto, come può essere quella che si incontra in Montagna. Probabilmente prima o poi si finisce per mettere in relazione l’umanità che ciascuno di noi ha dentro di sé con qualcosa di altrettanto universale, come ad esempio una vista spettacolare di un paesaggio ricco di vette, crepacci, boschi (Kant ne parlava in termini di “sublime”) . È quasi la ricerca di un metro di paragone con cui comprendere il senso dell’esistenza in quanto essere umano, con cui determinare questo senso. Questa ricerca determina il respiro e il passo di Volume1 ed è, per ragioni geografiche, imbevuta dei paesaggi meravigliosi dell’Appennino Centrale, un luogo antico, remoto, onesto e custode di una bellezza indicibile, dove spesso si finiva per rifugiarsi spinti dal bisogno di rompere con la Città. La foto l’abbiamo scattata sulla Salaria, entrando nel Parco del Gran Sasso. Ci è sembrata perfetta.

Quando e dove potremo ascoltarvi dal vivo?

In queste settimane ci stiamo dedicando agli ultimi ritocchi dei tre pezzi che comporranno il prossimo Volume, che rilasceremo in Autunno. Per mesi abbiamo dedicato tutta la nostra attenzione a questo lavoro. Sono pezzi spiccatamente diversi da quelli del primo release e proprio lavorando a questi brani ci siamo resi conto che per suonare in giro la formazione che abbiamo è limitata e ora dobbiamo fare delle scelte e dei ragionamenti importanti.

Di Redazione Urbanweek

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