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“Maximilian”, il ritorno di Max Gazzè

Sono passati oltre due anni da Sotto casa, ancora è fresco il tour con gli amici moschettieri della musica nostrana Nicolò Fabi e Daniele Silvestri per portare in giro Il padrone della festa e Max Gazzè è già uscito lo scorso ottobre con Maximilian, nuovo lavoro discografico pieno di fantasie, mondi paralleli e realtà alternative.

Il cantautore romano, ormai sempre più cosciente musicalmente, si propone di portare alla ribalta il suo amore per l’elettronica, mischiato con il rock e il pop, a tratti dal vago gusto anni ’70 -’80.
Maximilian è anche un tentativo di far vivere contemporaneamente le atmosfere colorate, come nel brano “Teresa”, contrapposte a malinconiche ballate come “Sul fiume”.

Quello che subito balza alle orecchie sin dal primo ascolto, è che il nuovo lavoro di Gazzè è un lavoro complesso, perchè cerca di coniugare l’introspezione e la raffinatezza musicale con l’ironia sottile e tagliente, spesso diretta.

Il disco da diverse settimane è stato lanciato dalla vivacissima e carnevalesca “La vita com’è”, un ritratto tragicomico di una storia d’amore finita in cui Gazzè mostra la faccia sarcastica e buffa della sua personalità di artista eclettico.

“Mille volte ancora”, apre l’album e racconta del delicato rapporto padre-figlio, ritratto dalla lettera che il genitore scrive al figlio, sulle differenze di opinione e di visione delle cose, sottolineando proprio come un legame così delicato può essere tenuto in vita dalle divergenze.

Segue “Un uomo diverso”, in cui l’elettronica prende il sopravvento, senza disturbare la linea melodica però, in puro stile Gazzè.

“Nulla” ha il gusto dell’epico, in cui le parole di Francesco Gazzè, paroliere ufficiale del fratello, trasudano sentimenti malinconici e sofferti, in una tela musicale costruita per la riflessione metafisica della ragione.

“Ti sembra normale” racconta ancora l’amore nella sua forma più sofferta e complicata, ma come spesso fa Max Gazzè, viene rappresentato con ironico disincanto, costruendo un ambientazione surreale, che però sembra troppo vera.

“Disordine d’aprile” vede la partecipazione di Tommaso Di Giulio, cantautore romano tra i più apprezzati dalla scena indie, ed è un divertente brano che elogia un modo di essere, quello disordinato, chiedendo a chi ama di accettare la sua situazione.

“In breve” sembra essere un vezzo, un capriccio musicale di chitarre classiche e violini per sonorizzare parole virtuose e dolci.

Il valzer di “Verso un immenso cielo” chiude il disco, un po’ controcorrente rispetto alle altre tracce, con l’orchestra d’archi che prende il sopravvento dopo un pianoforte nudo e crudo.
Il limite di Maximilian risiede nel fatto che non tutte le canzoni si amalgamano fra loro, generando una sensazione di iniziale spaesamento.
Forse proprio l’ultimo brano, mostra maggiormente l’iniziale progetto di Gazzè, che avrebbe dovuto avere un aspetto molto più sperimentale e poco incline alla forma canonica della canzone pop.

In effetti si è intuito un po’ in tutto il disco che le cose si sono evolute diversamente da come erano state concepite, perchè in molti brani si ha la sensazione, almeno per chi scrive, di aver ricucito addosso un stoffa diversa da quella originale. Questo non toglie il merito a Max Gazzè, che con Maximilinan non solo ha confermato il suo valore artistico, ma ha dimostrato di essere un buon “sarto”, capace di intervenire ed incidere anche a partita in corso.

Fabrizio De Angelis

Di Redazione Urbanweek

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