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L’INTERVISTA: MANUEL FORESTA

Manuel Foresta è un artista campano, che dopo essere stato lanciato da The Voice nel 2013, inizia a farsi notare e ad aprire i concerti di artisti come Alex Britti e Malika Ayane. Abbiamo fatto quattro chiacchiere con lui e abbiamo parlato dei Talent show, del suo sogno di partecipare al Festival di Sanremo e del suo disco d’esordio, Colori primari, da cui ha estratto il singolo “La vita è una danza”, in queste settimane in radio.


In poco tempo hai fatto passi importanti per la tua carriera: dalle ospitate al Premio Lunezia e Giffoni Film Festival alle aperture dei concerti di Alex Britti, Malika Ayane e Renzo Rubino. Te lo aspettavi in tempi così brevi?

Tutto quello che non mi immagino puntualmente mi succede. La musica è sempre stata protagonista della mia vita, ma non sono mai stato ossessionato dai risultati, l’ho sempre fatta con lo spirito di chi si dedica a qualcosa semplicemente per passione. Questi piccoli traguardi, raggiunti negli ultimi tempi, sono perciò arrivati come dei regali e sono stati per me soprattutto dei segnali importanti per capire che quella su cui sto procedendo è forse la strada giusta.

Sei stato lanciato da The Voice. Cosa ti ha lasciato quell’esperienza?

L’esperienza di The Voice è piovuta dal cielo, in un momento complicato in cui ero un po’ scoraggiato. Quell’esperienza mi ha lasciato un senso di rinascita, di riscatto. Spesso quando mi demoralizzo ricordo la spensieratezza e la genuinità con cui ho vissuto quei mesi, che sono per me ormai un monito per non abbattermi.

Secondo te un artista italiano deve passare necessariamente da un Talent show per iniziare a sfondare nel mondo della musica?

Credo che nulla sia necessario e tutto sia utile. Dipende con che spirito si affrontano determinati contesti che, se non vissuti con il giusto approccio, rischiano di fagocitarti. Il talent può essere una tappa, ma non deve mai essere considerato un punto di arrivo. I risultati, quelli veri, sono quelli a lungo termine, vanno sudati e non c’è talent che regga.

Il tuo primo disco si chiama “Colori Primari”. Cosa sono per te i colori primari e come si connettono al titolo di questo lavoro?

Nei colori primari ho sempre visto le emozioni forti, primordiali, quelle genuine, vere. Volevo che ogni brano del mio album avesse una tinta decisa e che raccontasse una di queste sensazioni, dando la possibilità, a chi li ascolta, di poter mescolare questi colori e scoprire, perché no, proprio dentro le sfumature la propria storia, oltre che la mia.

Quello che sono e Li chiameremo sogni sono presenti nell’album ma entrambi hanno “rischiato” di andare a Sanremo Giovani rispettivamente nel 2014 e 2015. Cosa rappresenta per te il palco dell’Ariston?

Ho sognato di calcare il palco dell’Ariston fin da bambino. Ricordo che restavo incollato alla tv fino a tardi pur di non perdermi neanche un momento della kermesse. In quest’ottica sarebbe bellissimo per me avere l’onore un giorno di salire su quel palco, ma le probabilità che ciò succeda dipendono da numerosissime variabili e ne sono consapevole. Ed è per questo che, qualora non dovesse accadere in futuro, so di certo che per me non sarebbe un problema.

C’è un artista in particolare da cui trai ispirazione?

Non ho mai amato prendere come modello qualcuno in particolare. Ho un’abitudine che è quella di osservare molto e dunque potrei piuttosto dire che preferisco prendere spunto, più che dalla visione d’insieme, dai singoli dettagli, quelli che più mi affascinano di ognuno.

Fabrizio De Angelis

Ph Glamour Studio

Di Redazione Urbanweek

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