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L’intervista: Afterhours

Che “Folfiri o Folfox” degli Afterhours sia uno dei migliori album pubblicati in questo 2016 è ormai indubbio. I suoi temi delicatissimi, le sue sperimentazioni portate al limite, il suo miscelare canzoni a brani sperimentali come “San Miguel”, vera avanguardia del disco, lo rendono indubbiamente uno dei lavori più intimi e riusciti della band che ha fatto la storia del rock alternativo italiano.

Ho avuto il piacere di incontrare Manuel Agnelli per conoscere meglio l’album e cercare di indagare sui temi, su alcuni passaggi in punto di realizzazione e sull’enorme coinvolgimento emotivo che questo lavoro ha comportato, per lui in prima persona e per la sua band.

Questo album ti coinvolge particolarmente. Quanto è stato difficile esprimere questi sentimenti in musica e affrontare la pubblicazione dell’album per te che hai vissuto questo dolore enorme?

In realtà non ho pensato a quello che sarebbe successo pubblicando il disco, perché, quando scrivo le canzoni, personalmente non penso a come sarà pubblicarle, scrivo perché rimane un bisogno, rimane uno sfogo, anche un gioco…in questo caso di gioco ce n’era poco, ma c’era tanta sfida, quella di vedere se riuscivo veramente ad identificare le mie emozioni, le mie paure, e a riuscire a metterle poi in una canzone per cercare di tirarle fuori, di isolarle, di buttarle fuori da me. Quindi non ho pensato a questa cosa. È una cosa molto intima, molto privata e capisco che molta gente possa sentire un pudore diverso dal mio. Io non l’ho mai sentito, ho sempre parlato molto apertamente delle mie cose, perché la musica è il mio linguaggio, è il linguaggio che preferisco. Per cui che sia una ragazza che mi lascia, o una cosa molto più pesante e molto più grave come questa, per me è sempre stato fondamentale riuscire a parlare sinceramente a me stesso scrivendo le canzoni.

Ti aspettavi che aprendoti e raccontando il tuo dolore avresti intercettato a tal punto quello delle altre persone, tanto da creare un’empatia così forte col pubblico?

No, anzi, la mia paura era che accadesse il contrario, per questo sono stato molto personale e molto preciso in quello che ho detto. La mia paura era di essere retorico e pietistico e quindi di fare addirittura  qualcosa di offensivo per la memoria di mio padre; una cosa brutta, squallida e offensiva… Per questo ho voluto scrivere delle cose molto precise. La paura era che nessuno le capisse, era che nessuno si identificasse, quindi di fare un album solo per me. Però, quando ho parlato di questa cosa e ho cominciato a scrivere i testi, siccome nel gruppo, purtroppo,  anche altri avevano vissuto delle cose molto simili alle mie, ho visto grandissima complicità, ho visto che anche gli altri si riconoscevano in queste cose e ho capito che forse era la strada giusta, perché a cominciare dalla band c’era una complicità, però così tanto no, non me l’aspettavo. Siamo veramente meravigliati e siamo felicissimi, perché è un modo di celebrare la memoria delle persone che ci sono mancate, ma è anche un po’ un modo per trovare un senso, anche piccolo, a questi anni qui, perciò siamo veramente contentissimi. Il pubblico per una volta, dopo anni di contraddizioni, ci sta dando un sacco di affetto.

Questo album è prodotto da te, Tommaso Colliva e Rodrigo D’Erasmo. Ognuno di voi su cosa ha voluto puntare, su cosa ha voluto porgere l’attenzione, tanto da farlo diventare un album dai contorni così internazionali?

Mettiamo i puntini sulle i. Rodrigo è stato fondamentale, è stato il mio alter ego per quanto riguarda la composizione del disco e anche una grossa parte dell’arrangiamento. Per quanto riguarda la produzione, Rodrigo ci ha affiancato, è stato un aiuto alla produzione mia e di Tommaso Colliva.

Tommy è il produttore dei Muse, ha appena vinto un Grammy Awards, quest’anno è il miglior produttore del mondo, per cui questo ha fatto si che l’album avesse un suono, oltre che qualitativamente molto alto, molto fresco.

La mia idea di produzione è avere una visione, cioè sapere perché stai facendo un disco, dove mandarlo, come comporlo, che percorso fargli fare, e questo è quello che ho fatto, oltre chiaramente a partecipare alla composizione e all’arrangiamento, ma questo l’hanno fatto un po’ tutti.

Diciamo che la visione del disco è soprattutto mia, che Rodrigo mi ha aiutato tanto a organizzare questa cosa e che Tommaso ha fatto un lavoro incredibile con i suoni, soprattutto con i mix. Ha fatto dei mix incredibili!

Tu sei sempre stato dipinto come un personaggio molto accentratore nella band, ma con questo album hai dimostrato il contrario, lasciando liberi tutti i componenti della band di esprimersi e sperimentare, a tal punto che ne è venuto fuori un lavoro corale in cui ognuno ci ha messo la sua impronta.

Guarda, non voglio essere pesante, mettiamola così, questi con cui suono adesso hanno un talento eccezionale, non lasciargli libertà sarebbe sciocco, perché loro sono dei creativi incredibili e quindi portano delle idee incredibili, ma la libertà c’è sempre stata. La libertà in una band è di chi se la prende, non siamo all’asilo per cui è un sesto, un sesto, un sesto, ecc. La libertà è di chi porta idee, di chi ha talento, di chi si prende degli spazi per portare delle idee. Non decido io a chi lasciare libertà e se lasciarla. Essendo il produttore del disco una direzione la do; essendo sempre stato il produttore degli Afterhours ho sempre dato una direzione, perché avevo una visione, una visione dei dischi (questo disco secondo me deve andare qui, quest’altro deve andare di là) e cercavo di dare delle direzioni e delle indicazioni. Questo non vuol dire essere accentratore, essere accentratore vuol dire voler suonare tutti gli strumenti.

Devo dire che ci sono state tante formazioni negli After e questa formazione mi permette di concentrarmi sul percorso e sulla visione del disco, sul progetto, sul concept, di concentrarmi sulle voci, sui suoni e sulla produzione, perché i musicisti fanno il loro mestiere in maniera fantastica e io non potrei mai fare come fanno loro. Quindi dipende dal talento dei musicisti quanto io sia accentratore o no.

In questo album viene messo in luce un aspetto dell’Italia che non è mai stato tirato fuori, quello della superstizione, della sfiga, che viene affrontato in due diversi brani. Ne “Il mio Popolo si fa” troviamo il concetto della sfiga e invece in “San Miguel”, un brano splendido e dal forte impatto, che al primo ascolto scatena quasi un sentimento di terrore verso qualcosa di indefinito, troviamo la superstizione più sana, raccontata in una storia molto forte. Mi parli di questi due aspetti?

Intanto alcuni dei temi che volevamo sviluppare non sono essenzialmente soltanto il cancro e la morte, ma anche tutto quello che c’è stato intorno in questi anni. Per cui anche la reazione, una sorta di resurrezione dello spirito se vuoi, e anche la rabbia, la mancanza di punti di riferimento. Tutte queste cose sono venute fuori. Non devono essere per forza canzoni quelle che facciamo noi, ho sentito infatti dei commenti un po’ strani al riguardo. “San Miguel” non è una canzone, è un pezzo musicale; non deve essere per forza una canzone perché abbia un senso, io la penso così. Infatti molto spesso noi non facciamo canzoni, facciamo dei pezzi, addirittura dei sound screen. Questo viene accettato nel nostro Paese solo se si parla di strumentali, allora lo strumentale può essere una non canzone, ma se invece ci sono le parole deve essere costruita come una canzone. Noi negli After non siamo d’accordo, negli After facciamo anche dei pezzi vocali, che non devono per forza diventare delle canzoni fatte e finite, ma sono un’altra cosa, sono dei pezzi. “San Miguel” nello specifico è un pezzo, non è una canzone, e lo abbiamo sviluppato come tale, come una non canzone, come un pezzo che deve trasmetterti delle tensioni, non per forza delle idee, ed è un pezzo sulla superstizione, in realtà su quella più bianca, la superstizione che non vuole accettare i limiti della scienza o del mondo occidentale o della conoscenza così com’è oggi, la superstizione che cerca delle risposte diverse rispetto a quelle che la scienza ci concede.

Quella di “Il mio Popolo si fa” invece è la sfiga, è una superstizione volgare, violenta; è la superstizione nera. La sfiga sicuramente nel nostro Paese, purtroppo, è considerata una parte della nostra esistenza. Esiste la sfiga per gli italiani ed è una di quelle cose che nel Medioevo sono state inventate per tenere a bada il popolino e che ancora adesso lo tengono a bada.

In “Grande” e in “Né pani Né pesci” si affronta il tema del soprannaturale. Nel primo pezzo prometti che non chiederai “se hai visto qualcosa, qualcosa per cui valga la pena”, mentre nel secondo pezzo è come se volessi dirci che la vera forza e il vero soprannaturale lo dobbiamo trovare dentro di noi. Come si sviluppa questo tema nell’album?

Come hai detto tu, nel senso che in realtà l’unica cosa che mi premeva era di non spiegare le cose, poi nelle interviste c’è un altro contesto, ma non voglio spiegare le canzoni nelle canzoni, perché sarebbe fallimentare, significherebbe che hai sbagliato a scrivere una canzone se poi la devi spiegare, vuol dire che non comunica abbastanza, per cui in realtà per me era molto importante che tutto l’album comunicasse prima di tutto delle tensioni, delle emozioni, delle sensazioni, non una storia fatta e finita, anche se poi nel disco ci sono delle storie, si esplicitano delle storie. Per me era importante che ognuno di voi, che ascolta l’album, avesse la possibilità di avere un proprio sviluppo della storia, una propria idea della storia, quindi raramente ho scritto nel disco delle cose molto precise. Qui e là sì, addirittura ne “Il mio popolo si fa” anche in maniera declamatoria, però non volevo fare tutto il disco così.

La tua partecipazione a X Factor è una grandissima vittoria della scena alternativa e indipendente. Finalmente il mainstream si sta accorgendo che c’è un mondo fatto di concerti e di sold out, che prima trascurava. Cosa porterai in televisione e in quel programma?

Mi fa piacere che tu la pensi così, perché non sono in molti a pensarla così.

Credo che la loro attenzione sia in parte nei confronti di un certo tipo di mondo, perché anche molti di loro conoscono quel mondo. Molti dei produttori, degli autori, sanno benissimo chi siamo ed è anche per questo che poi ho scelto di andarci, perché vogliono rappresentare anche questo universo. In parte, secondo me, per riuscire ad avere delle persone che parlano di musica in maniera diversa dal semplice avere successo e fare carriera.

Loro sanno bene che nel nostro ambiente la maggior parte di noi ha fatto un percorso che non era necessariamente o solo per fare successo. A tutti noi fa piacere avere dei risultati, questo lo considero un risultato ad esempio, però non faccio le cose per quello, se vengono sono contento e le alimento, ma non lo faccio per quello. Questa sarà la cosa che porterò in trasmissione, una dimensione diversa del perché fare musica. Per urgenza, per linguaggio, per comunicazione, per necessità, per percorso e quindi non semplicemente per efficacia, per il successo, per la carriera; quindi di conseguenza anche il modo di farla, perché farla e come farla per riuscire ad essere se stessi e ad esprimere se stessi e in questo modo riuscire ad essere molto, molto forti.

Se reciti puoi essere un bravissimo attore, ma arriverai fino a un certo livello. Se invece riesci a riconoscere te stesso e a metterlo in musica raggiungerai una potenza che è impossibile raggiungere altrimenti.

Egle Taccia

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