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“In me non c’è artificio, sono autentico” Persian Pelican racconta il segreto della sua scrittura

E’ tutto pronto per il concerto catanese di Andrea Pulcini, in arte Persian Pelican, che il prossimo 27 dicembre scalderà l’atmosfera del Piccolo Teatro a Catania.

Il cantante del sogno è tornato già da qualche mese ad essere protagonista con la sua musica. Dopo quattro anni di assenza dalle scene, infatti, è in giro per l’Italia a far conoscere i 13 brani del suo quarto disco “Sleeping Beauty”.

Abbiamo fatto quattro chiacchiere proprio con lui, Andrea, che ci ha svelato una parte inedita si sé.

Presto al Piccolo Teatro di Catania, cosa avete in mente?
Presenteremo tutte le canzoni di Sleeping Beauty, ma non mancheranno piccole chicche che abbiamo preparato per l’occasione. Con Persian Pelican non ho mai suonato a Catania e visto che si tratta di una città cui tengo in particolar modo, aver la possibilità di farlo per la prima volta in un teatro sarà un’emozione da preservare a lungo.
Di base scrivi in inglese, ma ti è capitato di interpretare anche brani in siciliano durante i tuoi live. Quanto le sonorità del dialetto possono creare continuità con il tuo lavoro?
Molto tempo fa mi è capitato di imbattermi nell’opera di Rosa Balistreri, che considero una delle voci più importanti e potenti che i nostri tempi abbiano ospitato. Come un innamorato ho provato a far incontrare le mie sonorità con le sue parole in Ti vogliu beni assai e devo ammettere che il dialogo ha portato i suoi frutti e credo presto avrà altri episodi. Nel frattempo continuo a studiare il siciliano come una frevi che ti trasi ‘nda ll’ossa. Stranizza d’amuri.
Quando scrivi pensi mai di dedicare i versi a qualcuno?
Si, penso sempre a qualcuno o qualcosa quando scrivo. Per me è fondamentale avere davanti agli occhi una scena nella quale due persone interagiscono o uno stato emotivo nel quale una persona si confessa.
Da cosa ti arriva l’ispirazione nella scrittura e nella composizione?
Spesso dal cinema, dal teatro o dalla lettura di un libro. Film o spettacoli che mi hanno colpito in particolar modo mi portano a scrivere una colonna sonora immaginaria a posteriori. Nell’ultimo disco un esempio è Restless che prende anima e corpo dall’omonima pellicola di Gus Van Sant.
La scelta di scrivere in inglese è dettata anche da una voglia di esportare la tua musica oltre i confini italiani?
Oltre ad una predilezione per certe sonorità c’è di sicuro anche la motivazione migratoria.
Tre dischi all’attivo con l’ultimo uscito “Sleeping Beauty”. C’è continuità in questi tre album?
A livello di sonorità sono tre album molto differenti. A descriverli con due aggettivi, il primo cupo ed oppiaceo, il secondo etereo e velato, il terzo più solare ed onirico. L’unico filo rosso che li lega, che è poi il marchio DOP delle canzoni, è il loro esser necessarie a descrivere un certo stato emotivo.
Che pensate dei vostri colleghi italiani? Riesci a fare una tua classifica anche internazionale?
Non penso neanche che lo psych-folk sia abusato, almeno in Italia. A parte C+C=Maxigross, Weird Black e Big Mountain County (quest’ultimi più rock che folk) per citarne alcuni, non c’è una grande scena di riferimento valida. Solo negli ultimi anni stanno fiorendo festival dedicati alle varie declinazioni della psichidelia come in Lessinia o a Roma, una piccola boccata d’ossigeno contro le imperanti mode del momento che, concedetemi l’intercalare, ‘hanno un po’ scassato la minchia’.
Per quanto riguarda la mia classifica internazionale cito sicuramente i lavori di Sandro Perri, Timber
Timbre, Kevin Morby, M. Ward, Richard Swift e Damien Jurado.
Facci vivere insieme con te un tuo concerto. Quale momento preferisci: prima, durante o dopo?
Il pre-concerto è sempre il più difficile da gestire per quanto mi riguarda. Comincio a godermi l’hic et nunc verso la fine della scaletta, dove sono posizionate le cavalcate più elettriche. La predilezione continua nei momenti successivi alla fine del live, con un calice di buon vino tra le mani e qualche chiacchiera con chi è venuto ad ascoltarci.
Facendo un auto-bilancio della tua carriera… a cosa devi il tuo successo?
Successo è un termine un po’ eccessivo. Nella musica cerco sempre il minor grado di artefazione possibile. Essere autentici penso che sia l’unica cosa che alla lunga premi. In secondo luogo è fondamentale l’importanza del live, perché è lì che si sedimenta la relazione tra te e il tuo futuro pubblico.
Quello di Catania sarà l’ultimo concerto per quest’anno?
Sarà il penultimo. Il giorno dopo saremo alla Galleria di Caltanissetta per far conoscere la nostra ‘bella addormentata’ agli amici nisseni.
Da dove ripartirai il prossimo anno?
Se nel frattempo non cambiano i piani dovremmo ripartire proprio dalla Sicilia, facendo tappa a Palermo, Messina ed altro ancora.
“Bianco e nero” o “a colori”?
Bianco e nero.

Di Redazione Urbanweek

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