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"Hardwired… To Self-Destruct": il ritorno dei Metallica

Dopo otto anni dall’ultima uscita – Death Magnetic e decine di dichiarazioni su data di pubblicazione e caratteristiche dei nuovi brani, ecco fuori l’ultima fatica targata Metallica. Odiati per partito preso o amatissimi per dogma, i quattro di Frisco erano più che mai attesi al varco da milioni di smanettoni e vanagloriosi musicanti, che non gli hanno mai perdonato i cambiamenti stilistici e le evoluzioni (naturali se vogliamo), nel corso degli anni. Sarebbe bene però, così come in molti frangenti del nostro girovagare terreno, concentrarsi sulla validità o inutilità di un prodotto, così come sulla bellezza o inascoltabilità di una canzone. Il gradimento è soggettivo? Certo! Ma è un brutto limite (mentale) quello del “genere musicale” e non c’è pubblico che accusa questa sindrome, più di quello dell’Heavy Metal.

Premessa doverosa ma che non salva il lavoro da alcuni mormorii, già solo alla lettura del minutaggio dei brani. Perché? Perché togliendo Hardwired (l’opening-track già palesatasi in piena estate, con i suoi tre minuti e pochi spiccioli), tutti i brani del doppio album superano i sei minuti e mai (MAI) in modo giustificato. Era stato dichiarato (nel lontano 2012) come un lavoro più diretto, rispetto al passato, con pezzi brevi e meno viaggi per la tangente. Evidentemente sono cambiate molte cose da quelle interviste, perché quella è un’attesa disattesa.

Curioso, e da interpretare tra le righe forse, l’esperimento di rilasciare su Youtube un video per ogni brano, nel corso dei due giorni precedenti l’uscita dell’album. Tanto nella musica che nei prodotti visivi, però, i risultati sono altalenanti. Eppure le premesse parevano più che positive.

Hardwired, già pubblicata il 18 agosto, è una bomba vecchio stile; di certo nel risultato e magari anche nelle intenzioni. Un pezzo thrash metal ma più moderno, meno “fresco” di una traccia di Kill’em All, forse più maturo e sicuramente valido. Video che aggiunge poco al brano, con i quattro intenti a vomitare in faccia l’energia del brano e a cavalcare i primi tre minuti di questo nuovo lavoro.

Atlas, Rise! è, forse, la canzone migliore dell’album. Contiene alcuni tratti di epicità alla Ride The Lightning e di sicuro non sfigurerebbe, se la collocassimo (idealmente) tra i brani pensati dai nostri nel 1984. Ecco l’unico caso in cui il minutaggio potrebbe restare il medesimo. Il video è gradevole; è un montato del “making of” del pezzo, tra sala d’incisione e vari “dietro le quinte”.
Iniziano gli accordi dolenti: con Now That We’re Dead le cose cambiano e non poco. Inizia ad affacciarsi quella che sarà la costante di questo lavoro, se non per pochissime eccezioni: i mid-tempo. Questa terza traccia, in verità, ha un riff portante che si fa ascoltare e tutto sommato (visto cosa ci aspetta nella seconda parte di “Hardwired…”), il pezzo non è neanche così male; tanto che, probabilmente, sarà uno dei pochi “lenti” di questo undicesimo capitolo, ad essere riproposto dal vivo. Sono i sette minuti intorno al tema principale, però, a dover essere ridotti alla metà. Il video è abbastanza dimenticabile.

Altra canzone già uscita in anteprima (il 26 settembre), Moth into Flame sposta la curva di un’ideale grafico cartesiano, di nuovo verso l’alto. Veloce e furiosa nei punti giusti e più intimista (seppur decisamente heavy) quando serve, questa quinta traccia non è all’altezza di Atlas, Rise!, ma sale decisamente sul podio e ha tutto il diritto di starci. I video, tutti uguali, iniziano a stancare.

Dreaming No More segna l’inversione di tendenza: le canzoni iniziano a peggiorare, i video a migliorare. I sei minuti e mezzo sono (manco a dirlo) evitabili, nonostante il brano (ripetiamo: considerando ciò che ci attende) può anche riservare spunti interessanti. Il cantato ricorda, in alcuni tratti, quello di Bleending Me e la cosa è veramente riuscita (come l’intera prova di Hetfield al microfono, in verità). Il video vuole (?) trasmettere un po’ di angoscia, tuttavia ci riesce in modo leggerino. Con degli effetti da “prima era dei computer”, a regalarci una fotografia, e delle immagini nel loro complesso che difficilmente troviamo in giro, visto lo splendidume delle produzioni del nostro tempo.

Halo on Fire chiude la prima parte ed è un peccato, un peccato davvero. OTTO minuti e ventotto che potevano, se dimezzati, regalarci non un capolavoro, ma di certo un’altra buona canzone che, nonostante sia anch’essa un mid-tempo (di nuovo? Sì), poteva attestarsi tra le note interessanti di quest’album, considerando il fatto che anche i video iniziano ad avere dei contenuti. Qualche rimando all’omologo di Turn the page, sebbene i fanboy che fanno il karaoke, siano assolutamente da abbattere.

Si apre il sipario per il secondo atto, ed ecco Confusion, che è sicuramente un titolo foriero di sé stesso. Partono con questa, e stavolta ufficialmente, i mid-tempo dimenticabilissimi che trovano in Here Comes Revenge e Am I Savage? altri due degni manifesti. L’unica differenza, tra le tre “immemorabili”, è che il video d’animazione della nona traccia è veramente degno di nota, se non altro per la componente grafica. La durata spropositata dei brani non è ahimè suffragata da alcuna motivazione plausibile, men che meno in questo caso.

ManUNkind qualcosa ce l’ha (se messa di fianco alle tre sopra). Non una pietra miliare dell’heavy metal, sia chiaro, ma un pezzo discreto se non fosse per gli interminabili sette giri di lancette: un’enormità. Il video “black metal” lascia il tempo che trova, ma funge da preview ad un film sulla scena estrema norvegese degli anni novanta, curato dallo stesso regista che si è occupato di questo.

Murder One è il tributo all’Icona del rock’n’roll: Lemmy Kilmister. Per ricordare il compianto bassista dei Motörhead, i nostri sfornano un video (d’animazione anche questo) che è il più riuscito del lotto. La canzone non è male (ennesimo mid-tempo, comunque), nonostante non esalti come quelle di inizio album; ma è grazie al video che possiamo promuovere quello che deve essere, e lo è, il grande saluto dei Metallica al “49% motherfucker, 51% son of a bitch”.

Spit Out the Bone dà la sveglia. I quattro ricominciano a pestare e l’osso lo sputano fuori davvero. Si ritorna su ritmi sostenuti, per un pezzo con alcuni spunti interessanti ma, sia chiaro, è una canzone da quattro minuti che ne dura invece più di sette. Non serve ripetere le cose dette sopra. Il video racconta un futuro distopico, la lotta tra gli umani e i robot, con quest’ultimi ad avere la meglio, ovviamente. Già visto, ma almeno è una chiusura di sipario a velocità decisamente più alte.

A dirla tutta, ci sarebbe anche un terza parte (solo per la versione deluxe), contenente qualche cover, alcuni pezzi live e Lords of Summer. Il primissimo singolo (pubblicato ormai più di due anni fa) che ha fatto da apripista, soprattutto live, a questo undicesimo album. La canzone, stavolta in versione definitiva, è sotto il podio ma non è niente male. Lontana dall’eccellenza, ha però delle alternanze, se parliamo di velocità, che non dispiacciono. Il video è un montato, con immagini di alcune performance live del brano.

Che dire? Decisamente un disco dai due volti: il confine è netto.

La produzione, i suoni e la resa sono assolutamente formidabili (a differenza di Death Magnetic), se non fosse per il fatto che, con tutta quella batteria, il suono del basso tende sempre ad essere messo di canto. Per il resto Hammet fa il compitino, Ulrich pare esserci, Trujillo c’è ma non si vede poi molto, Hetfield trascina tutti, come sempre.

Le critiche e gli elogi arriveranno in ogni caso, vista la connotazione “mondial-popolare” che ha questa band, nell’universo della musica “pesante”. L’invito può essere quello di prendere le canzoni come esperienze singole e non per forza nel loro complesso. E non solo in questo caso. Il modo di fruire la musica è decisamente cambiato negli ultimi sei o sette anni e, non sapendo quanto lunga sarà ancora la vita della “forma” album, potremmo cominciare a guardare la musica con occhi diversi. Magari potremo anche apprezzare questo lavoro; se non tutto, in parte. Nella parte che ci interessa, che poi è quella che conta.

Mauro Gemma

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