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Best New: Frei

Abbiamo intervistato Frei, cantautore romagnolo dalla lingua pungente e lo sguardo dell’artista ermetico. Il nostro, nel corso della nostra discussione si è lasciato andare a molte riflessioni sulla musica italiana e sull’evoluzione dell’uomo, al centro dell’ultimo disco “Evolution”.

 

Il 18 febbraio è uscito il nuovo album “Evolution”, che chiude la trilogia cominciata con “Sulle tracce della volpe” del 2011 e proseguita con “2013: Odissea nello spiazzo” del 2013. Quali sono i punti di contatto con i precedenti e quali le differenze più marcate?

Ho deciso che questi dischi appartenevano ad una trilogia perché mi piaceva la parola “Trilogia”. Senti come suona bene?  Rimanda a qualcosa di possente, ad un lavoro di un certo spessore, ti riempie la bocca quando ce l’hai vuota, e ti fa trovare argomenti di cui parlare quando l’ufficio stampa ti rompe i “maroni” chiedendoti di scrivere almeno 20 righe per presentare il disco.

La prima volta gli ho risposto: “Ho già scritto le canzoni, e adesso le devo anche spiegare? Allora che cosa le ho scritte a fare? Tanto valeva scrivere direttamente la presentazione e lasciar perdere il disco.” Comunque, il primo punto di contatto tra i dischi è l’ufficio stampa che spacca i maroni: all’inizio li odi, poi dalla loro costante pressione durante i giorni della promozione, ti ritrovi obbligato a pensare. Il problema è che dopo si parte per un viaggio infinito, dove i concetti vanno oltre a quello che hai scritto nelle canzoni. 

Dopo aver finito di raccontare e descrivere i dischi mi sono detto: “ ma tutta questa roba nelle canzoni non c’è….” quindi mi sono giustificato convincendomi che sono un autore (di dischi) ermetico, comprensibile solo a pochi iniziati.  Questo è un viaggio a ritroso, controsenso, ma in realtà è veramente così: la trilogia esiste. Anche se me ne sono accorto dopo. E il merito è dell’ufficio stampa. E’ una trilogia che parte dal bosco, luogo che simboleggia le possibilità infinite, dove le canzoni sono come una volpe da stanare, ed io una molteplicità di ombre nel momento in cui mi muovo tra alberi di parole, alla ricerca delle canzoni che continuano nei dischi seguenti. Il secondo si differenzia dal primo in quanto è ambientato nello spiazzo di casa, dove, cercando una modernità mancata, si scoprono solamente delle manie. Quindi dal bosco si passa alla città di cemento. E allora? Niente, così. La trilogia si chiude con un disco ambientato in un altro pianeta, paradigma del nostro, dove si mette in discussione il concetto di evoluzione. Quindi “Bosco”, “Città”, “Spazio”. Secondo voi tutta questa storia sta in piedi?  Secondo me in questo momento no.  A volte invece riesco a spiegarla bene e penso di essere un genio. Secondo voi è più bella questa intervista o le canzoni? Secondo me questa intervista.

Il nuovo disco è stato anticipato dal singolo “Le macchine”, che vede la partecipazione di Antonio Di Martino. Com’è nata questa collaborazione

Avevamo bisogno di un nome che ci desse una mano in termini di visibilità. Quindi abbiamo messo i cellulari sul tavolo e abbiamo cercato tra i nostri contatti qualcuno che potesse esserci utile. Io avevo il numero di Dario Fo, ma secondo Daniele di SRI era troppo attempato e di poco appeal nel mondo delle Teen. Inoltre non sapevamo come chiederglielo. Poi è saltato fuori il numero di uno un po’ famoso che non posso dire, ma a Beatrice stava sul cazzo. Poi è venuto fuori il cellulare di un altro “famosino”, ma ci stava sul cazzo a tutti. Poi Enzo Cimino, il batterista, aveva il numero di Dente, perché gli aveva registrato uno dei primi dischi (l’unico bello, secondo l’opinione di Enzo ovviamente), ma non ce la siamo sentita di chiamarlo perché in fin dei conti non sa cantare e poi è anche un po’ passato di moda. Alla fine Beatrice aveva il numero del batterista dei Dimartino e l’ha chiamato, ci siamo fatti passare Antonio (che Beatrice ancora adesso si sbaglia e lo chiama De Martino) e gli abbiamo chiesto se gli andava di cantare quella strofa. Il pezzo gli è piaciuto e ci ha fatto questo favore. In cambio gli ho portato un vassoio di pasticcini. Poi ho fatto il videoclip “Le macchine” con il mio cellulare. Solamente che Antonio non lo condivide sui social perché si vergogna ad apparire in un video fatto così male. Secondo me ha ragione.
Invece la produzione artistica di “Evolution” è di Beatrice Antolini, cantautrice polistrumentista. Si sente molto la sua impronta a lavoro concluso …

Si sente di brutto, ed è il motivo per cui il disco è bello. Era la prima volta che curava l’intera produzione artistica di un disco che non era suo e ha spaccato. Io non avevo dubbi, lei aveva le idee chiare. Spero che avrete la fortuna di sentirci presto dal vivo perchè il live è ancora più bello, scusate se me lo dico da solo ma è vero.
Cosa pensi della musica italiana contemporanea?

Generalmente penso poco perché sono pigro. Quando faccio lo sforzo di pensare deve essere per qualcosa di veramente importante. La musica italiana contemporanea non lo è, ma questa intervista si, quindi farò lo sforzo.

Dividiamola prima di tutto in 4 parti fondamentali, i pilastri sui quali si regge:

1) Parte organizzativa

La realtà musicale italiana è abbandonata a se stessa. Purtroppo abbiamo al governo persone con capacità veramente scarse. La maggior parte dei parlamentari dovrebbero essere delle categorie protette, con un sussidio statale minimo per stare a casa e farsi curare. Il centro destra italiano è composto prevalentemente da menomati mentali, “matti”, con tutto il rispetto per quelli a cui invece viene solitamente associato il significato di questa parola, ma anche qui, come nel tema dell’Evoluzione di cui parlo nel disco, la realtà è rovesciata, i matti sono quelli considerati normali, e le persone normali vengono chiamate matti….

La Siae appare gestita malissimo, in realtà è appositamente gestita così, in modo tale da permettere a chi ci lavora di rubare allegramente soldi al mondo dello spettacolo. Poi ci sono i Talent: Red Ronnie ha da poco rilasciato un’intervista dove spiega molte cose al riguardo. E’ inutile che ve le ripeta. Tutto questo avviene all’interno di un paese finito, spolpato, spappolato, spopolato, che fa molta pena.

 

2) Il pubblico

Una buona parte pensa che come i grandi del passato non ci sarà mai nessuno, ed hanno ragione a pensare che i morti non resuscitano, quindi non perdono tempo a capire altre verità, e restano comodamente seduti su quelle certezze. Sono, culturalmente parlando, degli zombie. Una piccola parte invece è disposta ad ascoltare altro, e sono coloro che creano la vita, nella musica e nella cultura di questo paese, perché sono già proiettati altrove e quell’altrove è molto meglio di questo, e poco a poco lo sostituiranno. In altri termini, sono coloro che creano quel futuro che è meglio di questo presente, e che presto arriverà. Ma siccome io non credo che esista il futuro in termini di tempo, ma lo considero un luogo, lo chiamo “altrove”.

Credo tantissimo nel pubblico, credo solo nel pubblico in questo momento. Sono loro che scrivono la storia della musica, sono loro che compiono l’atto divino, supremo, magico: quello di ascoltare. L’artista ha un merito inferiore rispetto al pubblico, perché quando scrive non fa altro che impastare, con le dovute maniere, quell’insieme di elementi che ci circondano e che esistono già, creando qualcosa che potenzialmente era prevedibile. Questo tipo di azione è divertente, appassionante, quindi chi scrive è avvantaggiato rispetto chi ascolta. Mentre il pubblico fa un lavoro molto più grande, uno sforzo gigante rispetto a quello di chi scrive, e non sempre è divertente. Questo discorso vale per tutte le canzoni brutte. Mentre per quelle belle è il contrario: scriverle è difficilissimo e richiede uno sforzo disumano, mentre ascoltarle è facilissimo, si ascoltano da sole. Ma questo capita raramente e casualmente.

3) Gli artisti

Hanno un cammino molto tortuoso, molto complesso, difficilissimo e sbagliato, ma costruiranno grandi cose. Costruiranno luoghi bellissimi dove andare a vivere, città, paesi, nazioni, e soprattutto cumuli di persone da mettere insieme come un puzzle. Faranno incastri perfetti.

4) La critica

Non esiste più. Esiste ancora qualche critico in giro, ma non li vedi. Sono come i lupi: in via di estinzione. Purtroppo, a differenza dei lupi, nessuno li considera animali protetti e nessuno se ne prende cura, e presto scompariranno.
Chi è Frei? Cosa vuole raccontare veramente?

Chi è Frei non credo di saperlo, e non credo che lo saprò mai. Ma so per certo che non ne esiste solo uno, ma tanti. In questo disco voglio raccontare in coro una cosa sola.

Prima parte del disco, l’uomo non è un essere evoluto, l’animale si, e le macchine sono qui intorno a dimostrarcelo, ogni giorno.
Seconda parte del disco: costruisco un luogo evoluto secondo me, fatto di parole, immagini e sensazioni. 
– Pensi mai a Sanremo?

Non ho mai creduto nei Santi. Credo solo in Gianni il Malvagio quando dice: “Spero che prima o poi entri dentro l’Ariston una donna aliena super sexy armata di un fucile che spara merda, e uccida tutti soffocandoli con lo sterco. A quel punto scriverò sull’immagine del profilo Facebook “Je suis la merde.” Comunque se mi chiamano ci vado e vinco, anche se sappiamo tutti che è truccato. L’ha confermato anche Red Ronnie.

Fabrizio De Angelis

Di Redazione Urbanweek

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