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L’intervista: Bianca

Cari lettori, ho fatto quattro chiacchiere con Emma Fuggetta, in arte Bianca. Cantante dalla voce nera, reduce nel 2014 dell’esperienza sanremese tra le Nuove proposte, ha successivamente pubblicato il suo primo album, L’altra metà (prodotto da Alma/Believe Edizioni Cramps). Dalla sua esperienza al Festival ai suoi progetti futuri, leggete cosa mi ha raccontato.

Ciao Bianca, allora dimmi un po’, a più di un anno di distanza dall’esperienza sanremese cosa è cambiato di te?

Sono cambiate tantissime cose. Oltre agli inevitabili cambiamenti dovuti al fatto che Sanremo sarà per sempre un segno indelebile sul mio percorso e sul mio curriculum artistico, ho imparato, alcune volte, a mettere da parte la mia anima nera, introversa e solitaria a favore di un’apertura verso gli altri. E’ l’unico modo per lavorare bene e per sopravvivere in questo ambiente.

Raccontaci qualche aneddoto che ricordi particolarmente del Festival . . .

Ce ne sarebbero tantissimi…! Il più divertente è stato quando all’uscita dall’Ariston una signora anziana è corsa, tutta emozionata, ad abbracciare la mia addetta stampa chiamandola Bianca.

Quali sono state le esperienze più significative dopo il Festival?

Un avvenimento molto importante per me è stato senz’altro l’apertura del concerto del Maestro Enrico Rava, a dicembre scorso. Fino ad arrivare all’uscita del secondo e del terzo singolo, di entrambi è stato girato anche il video. Sono lavori a cui tengo molto.

Come è stato accolto dal pubblico e dalla critica il primo album L’altra metà?

Il riscontro da parte della stampa e degli addetti ai lavori è stato decisamente molto positivo. E’ stato definito un disco elegante. Penso che lo sia. Ho sempre voluto portare un po’ delle sonorità black che amo tanto nelle canzoni.

So che hai collaborato al disco con Alex Gaydou, che è anche l’autore dei tuoi brani. Hai mai pensato di scrivere tu i pezzi?

Ho sempre avuto tantissimi impulsi creativi (alcuni testi dell’album nascono da mail piene di pensieri che ho inviato ad Alex), ma non sono mai riuscita a svilupparli in un modo che mi soddisfacesse del tutto. Potrebbe volerci ancora un po’ di tempo.

Dal punto di vista dell’interpretazione, ti senti più a tuo agio cantando in inglese o in italiano?

Decisamente in inglese. Essendo la mia voce piuttosto nera, automaticamente approccio ai pezzi stranieri in maniera decisamente più naturale, specialmente quando si tratta di jazz, blues, di soul…

Come ti prepari a gestire le esibizioni? Qualche amuleto? Ansia da combattere?

Ho tanti oggetti che sento mi portino fortuna. L’ultimo arrivato è una “lucky coin” donatami da una signora indiana a Camden Town, durante un soggiorno a Londra. La porto al collo e mi sento molto strana quando la indosso. Potrebbe essere adatto a diventare il prossimo amuleto in vista di un’esibizione!
L’ansia non è sempre presente, per fortuna, ma è incredibile come spesso in situazioni decisamente più “leggere” di altre riesca ad accumulare un carico di ansia incredibile, per poi solcare il palco dell’Ariston con un’incoscienza preoccupante.

E’ difficile coniugare la vita da star con quella privata? Come si gestiscono i due mondi?

Non posso assolutamente dire che in questo momento una gran parte della mia vita sia da “star”, quindi la situazione è assolutamente gestibile. C’è naturalmente stato un periodo, durante e appena dopo il festival, in cui mi sono sentita presa d’assalto. Essendo durato poco, essendo una novità per me, l’ho vissuta molto bene.

Come è nato il singolo You’ll Never Know?

You’ll never know nasce dalla necessità di avere un progettino internazionale nel cassetto. Ho sempre amato interpretare, fare miei i grandi pezzi della musica straniera ed era giunta l’ora di aprire una mia parentesi “inglese” all’interno del mio percorso.

Ti piacerebbe collaborare con un rapper in veste di vocalist?

E’ una cosa che ho fatto diverse volte in passato insieme a giovani rapper della scena torinese. Mi piace molto!

Quali sono i progetti a cui stai lavorando?

In questo periodo sto lavorando tantissimo sulla mia vocalità. Sento come se ci sia davvero uno step in più da fare. Questo è il progetto più grande. Poi, mi piacerebbe provare la via dei talent. Sono molto curiosa di conoscere una me in versione talent; come gestirei lo stress, la quotidianità con i colleghi, la mia arte.

Simona Bascetta

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