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Il nuovo album de Il Teatro degli Orrori. Una rinascita. Un debutto.

Non c’è un mondo nuovo. Ma quale mondo nuovo? Quello delle meraviglie è solo nelle fiabe. Il mondo è qui davanti a noi. E se aprissimo un po’ gli occhi, vedremmo che ci troviamo davanti a una radicata immondizia sociale, e non c’è altra parola per definire lo schifo della realtà contemporanea, dove non bastano più nemmeno gli occhi dietro la testa per guardarsi alle spalle, ma piuttosto qui conta solo tenere il cuore acceso per non dimenticare e il cervello sveglio per non farsi fregare. Il Teatro degli Orrori ci grida in faccia e ci ordina di star svegli che qui non c’è niente da ridere. Ogni brano è un buttarsi a capofitto nel marciume, per non rinnegare la realtà, ma affrontarla. Altro che canzonette di musica leggera da passatempo e da buon ascolto! La musica, ora, in questo decorso storico, come dice Capovilla, non ha minimamente il diritto di essere leggera. Il Teatro degli Orrori con la sua nuova e recentissima fatica ci dona un romanzo a dodici capitoli, dodici titoli, dodici brani, ma preferisco pensare a questo disco come una di quelle macchinette fotografiche con le foto ricordo già preimpostate. Magari fossimo davanti a bei panorami e teatrini, turisti e tante belle statuette.

Se Roma era ripugnante, Genova ha una ferita ancora sanguinate. Non è una cicatrice, c’è del sangue color porpora. Genova, così il titolo di uno dei brani del disco, è ancora umiliata. E’ stata dimenticata. E’ stata dimenticata dai politici, da tutti coloro che una responsabilità non se la sono presa, ma in Italia di gente col cervello e col cuore vivo ce n’é. Ovviamente un sasso deviò la pallottola e Carlo Giuliani fu ucciso in mezzo alla fronte. Ma quante cazzate! Il Teatro degli Orrori dedica un brano a Genova e vuole rivendicare quei giorni del Luglio 2001 in cui i diritti civili andarono sepolti, la sospensione dei diritti democratici. Giovani massacrati dalla furia di sbirri nazistoidi strafatti di anfetamine. Non è la prima volta che il Teatro degli Orrori ha parlato di tali tematiche, ma Genova vuole essere la canzone definitiva e l’ultima per non dimenticare. Capovilla non è per nulla a suo agio. Era ovvio. In pochissimo tempo tutto si è capovolto. Il Partito Democratico dorme un lungo sonno ( Il lungo sonno è il titolo del brano) e sarcasticamente non rinuncia a dedicargli una lettera aperta sotto forma di canzone. Prova sentimenti di lutto e repulsione.

Com’è bella l’Italia! Bellissima. Bellissima è la canzone d’amore del disco. Un amore ormai impossibile, tanto che ormai è ripudio, disamore e anche nostalgia. Italia, tu eri bellissima. Ma ora? Sei nel naufragio e mi rubi tempo e tempo, perché i tuoi orizzonti non corrispondono più ai miei. Che ci resta fare? Difendersi dall’Italia. Ancora sentimenti di repulsione ed emarginazione. Capovilla in questo ultimo capolavoro ci narra, ci racconta poeticamente e schiettamente, incazzato, non come il signore che perde il tram la mattina, ma come il giovane che non ha più nulla da fare, ha tanta paura e non urla più, che tanto del futuro non ne vede nemmeno l’ombra. La disperazione. La paura.

La paura è il titolo del brano sul’ emarginazione in tutti i suoi aspetti. E’ il brano che personalmente preferisco. Immediato, musicale, una furia elettronica solenne. Un canto liturgico infernale. La batteria di Franz arriva dritta in fronte, un violentissimo Favero mantiene uno sferragliante rusty sound, come vuole la tradizione di Steve Albini.  Il profondo tunnel, illuminato da luci che i giovani han percorso per un bel tratto, si è spento. Il tunnel è ora una prigione, come fosse un labirinto. Il buio. La paura. Era tutto organizzato. Lo sapete? Era tutto organizzato. Si, perchè il mercato degli psicofarmaci aveva appena aperto i battenti. Prendete e mangiatene tutti che per sorridere basta una pillola. Un poco di zucchero e la pillola va giù, proprio come nelle canzoncine di musica leggera. Ma come è bello il big business psicofarmacologico! Tante piccole pastigliette più mostruose delle molotov. Il Teatro degli Orrori ci parla pure di questo. Benzodiazepine è la canzone. Nevrosi, psicosi, ansia da stress post traumatico, disturbi del sonno non identificati, forse insonnia, parasonnia, sonnambulismo. Un poco di zucchero e la pillola va giù, tanto poi mio marito non mi riconosce più! Me l’ha detto il dottore!

La tematica dei sintomi psichiatrici viene trattata anche nel brano capolavoro Slint, sostenendo la Campagna per l’abolizione della contenzione meccanica promossa dal Forum Salute Mentale. Il testo è ispirato a Spiderland degli Slint e dalla lettura de il Manicomio Chimico di Piero Cipriano. Ancora una volta i diritti di persone libere e pensanti chiusi in una prigione di sbarre, in corridoi di ospedali tanto puliti. Quella pulizia che fa salire il panico e se pensi a voce alta, stavi parlando da solo. Basta. Sei fregato, ti legano. Umiliazione ancora e ancora. In fin dei conti ognuno di noi è legato ed è prigioniero delle contraddizioni della società contemporanea. Siamo sconfitti, inermi, distrutti dai padroni del mondo. Tutto questo è in Cazzotti e suppliche, brano ispirato al poema artaudiano Interiezioni. Quante contraddizioni sociali! Per quale motivo bisogna vivere così spaccandoci la schiena a menare il bullone? Forse per l’ amore? Ma forse meglio morire. Tanto oramai si vive così, nel conformismo quotidiano, nel conformismo dei media e dei social network e nel conformismo vive la contraddizione e l’umiliazione. Se non sai cantare, puoi sempre tirar su il ciuffo e rappare. Il re è il maledetto disvalore, perché un valore non c’è. Regna l’individualismo e il piacere come fine ultimo e non importa nient’altro. La cocaina ne è l’archetipo. Disinteressati e indifferenti è, come ogni altro brano, concreto, vero. E’ lì, reale. Reale come la neve bianca. Reale come l’invidia. Uno su mille ce la fa e quello sono io. Te sicuro non puoi essere. Sono io quello bellissimo come un divo televisivo, intelligente come un’oca televisiva. Il conformismo domina, regna incontrastato. La canzone del conformismo nel mondo dello spettacolo è Sentimenti incoffessabili. Chiara Giocardi e Federico Zampaglione sono le voci narranti, e donano un tocco di commedia noir al brano, mentre Guglielmo Pagnozzi al sax ne rende il finale meraviglioso. I divi in poltrona. I politici in poltrona. Tutti comodi nei ristoranti. E noi? E noi siamo la gente comune, il popolo e giustamente lavoriamo per loro. Ma siamo stanchi, maledettamente stanchi. Lavorare stanca, ispirata alle idee di J.M.Keynes, serve a questo. Serve a dirlo una volta per tutte. Ci tremano le gambe, le mani, le ossa. Il lavoro ci violenta i corpi. E per che cosa? Per arrivare a fine mese infelici. Per comprare quattro sacchi di Barilla. Chiediamo solo del riposo, dell’ozio alla latina maniera, alla Catullo per intenderci. In Giornata di sole, arrivati a questo punto, Capovilla se la immagina questa bella giornata di riposo domenicale. E’ una meritatissima liberazione dal lavoro. Si forse l’album alla fine uno spiraglio di luce lo dà: un soffertissimo momento di riposo per godere dei propri cari e fare l’amore.

Il testo del brano Una donna è la descrizione naturalistica, ma anche metaforica e allegorica della fotografia di una giovanissima ragazza quattordicenne, con un mitra sulle spalle e uno sguardo incantevole. E’ una Yazida. Di fronte a lei la madre e la sorellina. Il mitra le è stato donato dal YPG, l’Unità di Protezione Popolare del Kurdistan, per difendere la famiglia in caso di necessità. In questa fotografia c’è il momento storico attuale. C’è la lotta per la vita del popolo curdo, e la sua incredibile pace interiore, e c’è anche la nostra indifferenza nei confronti di questa gente e del destino del mondo, le nostre colpe culturali e politiche. Solo una fotografia ha questa potenza espressiva, racchiude in sé tutto.

Il Teatro degli Orrori direi che esce con un album compattissimo, dal suo inconfondibile suono prog- noise. E’ una pietra solida, un diamante, un romanzo coeso dall’ inizio alla fine in ogni sua tematica. Non c’è stato nemmeno bisogno di cercare un titolo all’album. C’era già: Il Teatro degli Orrori, perchè questo c’è al di fuori nel mondo e questo sono loro. Una formazione che da quartetto diviene a sei membri stabili ( si aggiungono alla formazione precedente Kole Laca alle diavolerie elettroniche e Marcello Batelli alle chitarre). Questa nuova formazione totalmente al servizio della musica è un nuovo inizio, una rinascita, un debutto . Il Teatro degli Orrori è compatto strumentalmente e coeso nelle tematiche dei brani. La loro è una presa di posizione netta. E’ coscienza sociale. Quella coscienza che ha messo sempre in primo piano in ogni sua opera. Capovilla sa di non poter far la rivoluzione con delle canzoni, ma di certo sa di poter, e in qualche modo ne sente il dovere, contribuire alla rivoluzione con una rimodulazione dell’immaginario collettivo. La musica poeticamente incazzata del Teatro degli Orrori contribuisce alla coscienza civile.

Marco Aprigliano

 

 

 

 

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